La violenza tollerata – anzi, apertamente incoraggiata – dell'ICE non è una deriva casuale né un eccesso di zelo burocratico, ma parte integrante della strategia criminale di Donald Trump. L’obiettivo non è la sicurezza, bensì la costruzione deliberata di uno stato d’eccezione permanente: sospendere di fatto le regole, normalizzare l’abuso, abituare l’opinione pubblica all’idea che i diritti possano essere revocati per decreto. In questo quadro, le elezioni di metà mandato rappresentano un ostacolo da rimuovere o svuotare di significato, delegittimandole preventivamente o cancellandole nel caos. Non siamo di fronte a un autoritarismo “strisciante”, ma a un progetto politico coerente che mira alla concentrazione totale del potere e, infine, all’instaurazione di una vera e propria dittatura.
Chi pensa che tutto questo sia impensabile negli Stati Uniti coltiva un’illusione tanto ingenua quanto pericolosa. La storia americana non è affatto estranea a ondate di violenza istituzionale, repressione e sospensione dei diritti civili. Dalle famigerate Palmer Raids del primo dopoguerra, con arresti di massa e deportazioni di presunti sovversivi, all’internamento dei cittadini nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale; dalla segregazione razziale legalizzata e difesa con la forza, fino al maccartismo e alla caccia alle streghe anticomunista. Più tardi, i programmi come COINTELPRO hanno mostrato quanto lo Stato fosse disposto a spingersi oltre la legalità pur di neutralizzare opposizioni politiche e movimenti per i diritti civili. Da ultimo, dopo l’11 settembre, il Patriot Act ha ulteriormente normalizzato l’idea che la sicurezza possa giustificare sorveglianza di massa, detenzioni arbitrarie e sospensione delle garanzie costituzionali.
Trump non inventa nulla, purtroppo: radicalizza, esaspera e rende esplicito un repertorio già esistente. ICE diventa così uno strumento politico, un laboratorio di brutalità legittimata, utile a testare fin dove ci si può spingere senza incontrare una reazione decisiva. La violenza sui migranti non è un fine in sé, ma un messaggio: se questi diritti possono essere cancellati oggi per qualcuno, potranno esserlo domani per chiunque.
Minimizzare, relativizzare o liquidare tutto questo come semplice propaganda elettorale significa non aver imparato nulla dalla storia. È sempre così che una democrazia comincia a morire: non con un colpo di Stato improvviso, ma con l’assuefazione all’abuso, all’ingiustizia e alla violenza resa “normale”.
