C’è una stanchezza sottile, quasi corrosiva, che accompagna ogni tentativo di analizzare razionalmente le azioni più o meno dissennate di Donald Trump. È la fatica di chi cerca di applicare le leggi della fisica a un mondo che sembra aver deciso di ignorare la gravità. Ci ritroviamo qui, ancora una volta, a smontare dichiarazioni incendiarie, a evidenziare incongruenze macroscopiche e a richiamare una dignità istituzionale che sembra ormai un reperto archeologico, ma lo facciamo con un peso sul cuore: la consapevolezza che, probabilmente, tutto questo ragionare non sposterà di un millimetro la realtà dei fatti.
La frustrazione più amara non nasce dalla complessità della sfida, ma dalla sensazione di parlare una lingua morta. Ci sforziamo di costruire cattedrali di logica, citiamo la storia e i fatti come se fossero bussole condivise, dimenticando che nell’arena del trumpismo la verità non è più un dato oggettivo, ma un accessorio estetico da piegare alla narrazione del momento. Disquisire sulle sue azioni e sulle sue deliranti dichiarazioni diventa così un esercizio sisifeo: sospingiamo il masso della razionalità su per la collina dell'opinione pubblica, solo per vederlo rotolare giù, travolto da un nuovo slogan, una nuova provocazione o un’altra barriera etica infranta nell'indifferenza generale.
È una sorta di vertigine intellettuale. Ci si sente come medici che descrivono con estrema precisione clinica una patologia, mentre il paziente non solo rifiuta la diagnosi, ma viene acclamato dalla folla proprio per i sintomi della sua malattia. In questo scenario, l’indignazione si trasforma in rumore di fondo, un ronzio bianco che non sveglia più nessuno. La complessità si arrende di fronte alla forza bruta della semplificazione e noi restiamo lì, con le nostre analisi puntuali tra le mani, a chiederci se avere ragione serva ancora a qualcosa in un tempo che ha eletto l'imprevedibilità a sistema di governo.
Alla fine, ciò che resta è un senso d'impotenza che toglie il fiato. Scrutiamo il baratro, ne misuriamo con cura la profondità e ne descriviamo le pareti, mentre il dibattito pubblico sembra aver già accettato la caduta come una nuova forma di volo. Resta l'amaro di chi sa che il pensiero critico, oggi, rischia di essere solo un grido solitario in una stanza insonorizzata: un esercizio di stile che ci salva l'anima, forse, ma che non sembra più in grado di incidere sul corso di una storia che corre troppo veloce per fermarsi a riflettere.
