Killer Joe del grande William Friedkin è uno di quei film che ti restano addosso come un cattivo odore: disturbante, torbido, ma anche magnetico. È un noir sudista immerso in un’America povera, violenta e moralmente devastata, dove ogni personaggio sembra pronto a tradire chiunque pur di strappare qualche dollaro in più.
Il cuore pulsante del film è, senza dubbio, Matthew McConaughey. Nel ruolo del detective–sicario Joe Cooper, l’attore offre una delle prove più inquietanti e controllate della sua carriera. Il suo Joe è gentile e cortese solo in apparenza: sotto la superficie si muove una creatura glaciale, implacabile, capace di terrorizzare senza mai alzare la voce. McConaughey costruisce un personaggio fatto di piccoli gesti, sguardi, pause cariche di minaccia. È una performance che segna definitivamente la sua trasformazione da divo da commedia romantica a grande attore drammatico.
Ma Killer Joe funziona così bene anche grazie alla regia, asciutta e spietata. Friedkin non cerca mai di abbellire ciò che racconta: la macchina da presa osserva con freddezza, lasciando che la violenza e la miseria morale emergano da sole. I tempi sono studiati al millimetro, le scene più estreme non vengono smorzate né stilizzate: il film ti costringe a guardare, senza vie di fuga.
L’atmosfera è forse l’elemento più potente dell’opera. Ogni ambiente – le case squallide, le strade polverose, gli interni soffocanti – sembra impregnato di disperazione e degrado. È un mondo senza redenzione, dove l’avidità divora ogni cosa e la famiglia non è un rifugio, ma una trappola. Friedkin costruisce una tensione costante, quasi fisica, che cresce scena dopo scena fino a esplodere in un finale memorabile.
Killer Joe non è un film “piacevole”, ma è un film in un certo senso necessario: duro, coraggioso, feroce. E soprattutto è il film che ha consacrato McConaughey come uno degli interpreti più interessanti della sua generazione. Un noir moderno che non fa sconti a nessuno, e proprio per questo colpisce così a fondo.
