martedì 4 agosto 2026

Serie TV: L'era del fast food

C’era un tempo in cui l’uscita di un nuovo episodio era un evento. Ci si sintonizzava a un’ora precisa, si soffriva una settimana in attesa del cliffhanger e il giorno dopo la macchinetta del caffè in ufficio diventava un forum di discussione spontaneo.

Oggi quell’attesa è stata spazzata via da una pioggia ininterrotta di contenuti. Le piattaforme di streaming sfornano decine di novità ogni settimana, coprendo ogni nicchia e genere immaginabile. Sulla carta è l’età dell’oro dello spettatore: un buffet infinito a portata di telecomando. Nella realtà, però, la sensazione prevalente quando si scorre la home di una qualsiasi piattaforma non è l’entusiasmo, ma l’affanno. 

E, soprattutto, un sotterraneo senso di insoddisfazione. La sensazione non è errata: alla proliferazione quantitativa delle serie TV sta corrispondendo un evidente impoverimento qualitativo. Non si tratta di semplice nostalgia per Beverly Hills 90210 o di Breaking Bad, ma di un cambiamento radicale nelle logiche di produzione.


Quando l'algoritmo sostituisce la visione

Perché la qualità media è crollata? La risposta breve è: la dittatura dell'algoritmo.

Le piattaforme non cercano più opere d'arte o storie con una forte visione autoriale; cercano retention, ovvero il tempo che passiamo davanti allo schermo per giustificare il rinnovo dell'abbonamento. Il risultato è la nascita di una produzione seriale "di sottofondo", progettata specificamente per non impegnare troppo la nostra attenzione.

Pensiamo al consumo usa-e-getta promosso da blockbuster di plastica come FUBAR o alle ultime, annacquate stagioni di The Witcher: titoli ad alto budget nati con grandi ambizioni, ma che finiscono per essere dominati da dialoghi esplicativi (pensati per chi guarda la TV mentre scorre i social), trame fotocopia e una generale pigrizia di scrittura. Persino prodotti cult come Emily in Paris sono diventati l'emblema di una "TV tappezzeria": piacevole, colorata, ma fondamentalmente vuota. Meglio un prodotto mediocre che piace moderatamente a tutti, piuttosto che un'opera divisiva ma geniale.

Dal culto all'oblio in 48 ore

Il consumo binge ha fatto il resto. Intere stagioni prodotte in anni di lavoro vengono liquidate in un weekend di visione compulsiva, per poi sparire dai radar nel giro di pochi giorni, inghiottite dal prossimo titolo "da non perdere".

Quando una serie non ha tempo di essere assimilata o discussa, smette di sedimentarsi nella memoria collettiva. Diventa fast food visivo: ci sazia sul momento, ma non lascia alcun ricordo duraturo.

Ritrovare la fame: la differenza tra contenuto e visione

Non tutto è da buttare, sia chiaro. Le eccezioni luminose esistono ancora, ed è proprio il confronto con esse a smascherare la mediocrità del resto.

Quando guardiamo opere coraggiose e visivamente dense come Andor, la complessa architettura visiva di Severance o la scrittura viscerale di The Bear, ricordiamo subito cosa rende grande questo medium. Lì c'è un autore che ha qualcosa da dire, non un comitato aziendale che analizza dati di fruizione.

Forse è arrivato il momento, come spettatori, di fare un passo indietro. Smettere di accettare passivamente il prossimo "consigliato per te" o di guardare uno show solo perché domina la Top 10 della settimana. Invece di cedere al pulsante automatizzato "Prossimo Episodio", torniamo a pretendere che una storia valga davvero la nostra attenzione. Il nostro tempo è limitato, ed è troppo prezioso per sprecarlo dietro a serie nate già vecchie.


Serie TV: L'era del fast food

C’era un tempo in cui l’uscita di un nuovo episodio era un evento. Ci si sintonizzava a un’ora precisa, si soffriva una settimana in attesa ...