C’era una volta Telecom Italia, gioiello pubblico trasformato negli anni ’90 in simbolo della modernità liberista. Via lo Stato, spazio al mercato, efficienza promessa e debito regalato. Oggi, dopo decenni di scalate, spezzatini e finanza creativa, si torna al punto di partenza: si affaccia Poste Italiane per riportare sotto un ombrello pubblico quella che nel frattempo si chiama TIM. E no, non è una barzelletta: è la fotografia di un sistema che privatizza gli utili e collettivizza i problemi.
La storia è sempre la stessa, solo che ogni volta facciamo finta di non riconoscerla. Quando c’è da incassare, il mercato è sacro; quando c’è da rattoppare, torna lo Stato. Nel frattempo, l’azienda si è caricata di debiti, ha perso terreno tecnologico e ha visto sfilarsi sotto i piedi la sua missione industriale. Ma invece di chiedersi come si sia arrivati a questo punto, si prepara l’ennesima operazione “di sistema”, parola elegante per dire che qualcuno paga e qualcun altro si sfila.
L’argomento nobile c’è, e funziona sempre: la rete è strategica, le telecomunicazioni sono infrastruttura critica, serve un presidio nazionale. Tutto vero. Ma viene da chiedersi dove fosse questo zelo quando si smontava pezzo dopo pezzo un campione industriale, mentre il debito cresceva e le scelte si facevano guardando più ai bilanci trimestrali che al futuro del Paese. Scoprire oggi che la rete è importante suona un po’ come accorgersi del valore dell’acqua dopo aver venduto l’acquedotto.
E così, mentre si parla di sinergie, integrazione, razionalizzazione, il sospetto resta: non è un ritorno alla politica industriale, è un ritorno al pronto soccorso. Poste Italiane diventa il veicolo rispettabile per un’operazione che ha un retrogusto già noto: mettere in sicurezza ciò che il mercato ha logorato, senza però cambiare davvero le regole del gioco.
Il paradosso, alla fine, è tutto qui: si privatizza quando conviene e si pubblicizza quando serve. E ogni volta si racconta come se fosse la prima.

