Il filo nascosto è un oggetto prezioso, quasi fuori dal tempo. Paul Thomas Anderson confeziona un melodramma elegantissimo, che sembra provenire da un’altra epoca ma che, sotto la superficie levigata, vibra di tensioni sottili e profondissime.
L’atmosfera è quella di un melò d’altri tempi: relazioni fatte di sguardi, silenzi, rituali ossessivi e non detti. Il ritmo è placido, controllato, ma mai davvero lento o noioso: ogni scena è calibrata con precisione millimetrica, ogni gesto ha un peso, ogni pausa racconta qualcosa. È un cinema che si prende il suo tempo, e proprio per questo riesce a essere magnetico.
Visivamente, il film è una delizia. La fotografia, firmata dallo stesso Anderson, è raffinata fino al dettaglio più impercettibile: luci morbide, interni ovattati, tessuti che sembrano quasi respirare. E su tutto si distende la splendida colonna sonora di Jonny Greenwood, che accompagna le immagini con una grazia malinconica, amplificando il senso di sospensione emotiva.
Ma al centro resta lui, Reynolds Woodcock, incarnato da Daniel Day-Lewis in una prova di straordinaria misura. E qui vale la pena sottolineare una volta di più anche l’eccellenza del doppiaggio italiano: Massimo Lodolo restituisce il personaggio con una voce trattenuta, quasi stentorea, capace di rendere perfettamente la rigidità e l’ossessione del protagonista senza mai scivolare nell’enfasi. Non a caso, per il Festival nazionale del doppiaggio Voci nell’ombra, nel 2018 è stato premiato con l’Anello d’oro – sezione cinema – come miglior voce protagonista maschile proprio per il doppiaggio di Day-Lewis in questo film.
Il risultato è un film di rara eleganza, un melodramma sofisticato e inquieto che seduce senza mai alzare la voce. Un’opera che sembra sussurrare, e proprio per questo resta impressa a lungo.