sabato 28 febbraio 2026

Distrarre con le bombe: la guerra come diversivo politico

L’attacco di Donald Trump contro l’Iran arriva in un momento politicamente delicato per la Casa Bianca. Al di là delle giustificazioni ufficiali sulla sicurezza nazionale, che a molti hanno sinistramente ricordato analoghe parole pronunciate da Vladimir Putin in occasione dell'invasione ucraina, l’operazione ha il sapore classico della fuga in avanti: spostare il baricentro del dibattito pubblico dall’arena interna a quella internazionale.

Lo scandalo legato ai documenti su Jeffrey Epstein continua a proiettare ombre e ad alimentare richieste di trasparenza, mentre sul fronte domestico crescono tensioni e divisioni. In questo contesto, un’azione militare consente di ricompattare temporaneamente il consenso attorno alla figura del “comandante in capo”, trasformando la cronaca giudiziaria in rumore di fondo.


Ma c’è un paradosso politico: una parte della base Maga, che aveva creduto alla promessa trumpiana di porre fine alle “guerre infinite”, guarda con crescente insofferenza all’apertura di nuovi fronti e a una politica estera sempre più muscolare. 


Il rischio per Trump è duplice: usare la guerra per coprire le difficoltà interne può funzionare nel breve periodo, ma nel lungo può incrinare proprio quel blocco elettorale che lo aveva sostenuto in nome dell’isolazionismo e del primato degli interessi interni.

Distrarre con le bombe: la guerra come diversivo politico

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