Forse un giorno non ci sarà più bisogno di dare uno smartphone a un bambino. Sarà il bambino ad averlo già.
Non è una previsione. Non ancora. È soltanto uno di quei pensieri che nascono limitandoci a osservare il presente. Perché potrebbe arrivare un momento in cui smetteremo di chiederci se sia accettabile che un bambino di pochi mesi guardi uno schermo durante il pasto. Ci sembrerà semplicemente normale. Come ci sembrano normali molte cose che, qualche decennio fa, avremmo considerato assurde.
Prima il telefono era uno strumento. Poi è diventato un oggetto personale. Poi una protesi. Adesso è già, per molti, una specie di organo esterno. Lo teniamo in mano quando camminiamo, lo consultiamo mentre mangiamo, lo portiamo a letto, lo cerchiamo appena ci svegliamo. Se lo dimentichiamo da qualche parte, proviamo una forma di inquietudine sproporzionata rispetto all'oggetto che abbiamo perduto.
E i bambini stanno entrando in questo mondo sempre prima: all'inizio lo smartphone è un utile diversivo per i genitori alla ricerca di una tregua dalle richieste a volte snervanti dei bambini.
Poi diventa un premio. Poi un tranquillante, una babysitter. Poi un compagno di giochi, un interlocutore. Infine, qualcosa di cui il bambino non riesce più a immaginare l'assenza. A quel punto il salto evolutivo (o involutivo, fate voi) è quasi compiuto.
Immaginiamo un futuro non troppo lontano, che so, il 2047.
Il primo vagito del neonato viene registrato dal sistema sanitario centrale, ammesso che ne esista ancora uno nel futuro. Il suo profilo digitale viene creato automaticamente: nome, identità biometrica, parametri vitali, predisposizioni genetiche, preferenze alimentari. E, naturalmente, il prezioso account.
Il dispositivo non viene più consegnato al bambino. Viene installato. Una sottile interfaccia neurale, praticamente invisibile, permette di comunicare con la rete. Niente schermi. Niente telefoni da perdere. Niente batterie da ricaricare.
Il bambino pensa, il sistema risponde.
Il bambino guarda sua madre. Una piccola icona compare nel campo visivo: «Vuoi registrare questo momento?»
Il bambino piange. L'intelligenza artificiale interpreta il pianto: «Possibile disagio emotivo. Vuoi suggerimenti?»
Il bambino ride. Il sistema archivia la risata.
Il bambino indica un giocattolo. Il giocattolo viene ordinato on line.
Non c'è più bisogno di insegnargli a usare lo smartphone. È lo smartphone che impara a usare lui.
Ed è qui che la vecchia fantascienza cyberpunk diventa improvvisamente obsoleta, quasi banale e fin troppo ottimistica. Perché il cyborg non sarà necessariamente l'uomo con un braccio meccanico, un occhio artificiale o una porta dati innestata nel cranio. Potrebbe essere un bambino di quattro anni che non ha mai conosciuto una realtà senza connessione. Un essere umano nato direttamente dentro la rete.
La differenza è sottile, ma fondamentale. Lo smartphone di oggi è ancora qualcosa che possiamo spegnere. Quello di domani potrebbe essere qualcosa che non possiamo più separare da noi stessi.
A quel punto nascerà anche una nuova forma di analfabetismo. Non sarà più non saper usare la tecnologia. Sarà non saper vivere senza di essa.
Un bambino incapace di aspettare, incapace di annoiarsi, incapace di stare seduto davanti a una finestra senza ricevere qualcosa. Incapace di perdersi nella pur salutare noia.
Perché ogni volta che qualcosa mancherà, la rete provvederà. Ogni silenzio verrà opportunamente riempito. Ogni domanda riceverà una risposta. Ogni desiderio verrà esaudito con un prodotto adeguato. Ogni emozione potrà essere misurata, ogni esperienza registrata.
Forse il vero problema non sarà nemmeno la tecnologia. Sarà la scomparsa dello spazio vuoto, quel territorio misterioso nel quale, per secoli, l'essere umano ha imparato a inventare, ricordare, fantasticare.
La noia, dopotutto, è stata una delle madri della fantasia. Il silenzio è stato il laboratorio del pensiero. La solitudine ha prodotto libri, musica, invenzioni, rivoluzioni.
Che cosa succede quando eliminiamo sistematicamente tutto questo? Forse non diventiamo più intelligenti, ma diventiamo semplicemente più connessi. E non è la stessa cosa, è evidente.
Nel 2047 i bambini potrebbero ridere dell'idea che un tempo gli adulti tenessero uno ingombrante smartphone in tasca. Potrebbero considerarlo un'antica tecnologia primitiva, come oggi consideriamo un telefono a gettoni degli anni '70.
«Davvero dovevate tenerlo in mano?»
«Sì»
«E se lo dimenticavate?»
«Non potevamo più telefonare»
Il bambino li guarderà incredulo.
«Che cosa stupida»
Poi farà una pausa. Il sistema innestato nelle sue sinapsi gli suggerirà quali conversazioni considerare emotivamente significative. Poi le registrerà e analizzerà. Quindi le conserverà nel cloud. E forse, in quel preciso istante, nessuno si accorgerà della cosa più importante.
Che quel bambino non avrà mai avuto uno smartphone. Sarà stato lo smartphone ad avere lui.
