Avete presente quel momento in cui guardate una serie TV, vedete sullo schermo una protagonista donna piena di risorse, intelligente, invincibile… e l'unica cosa che desiderate davvero è che il "cattivo" della puntata le tiri un tortino in faccia per farle passare quel sorriso di odiosa superiorità?
Succede sempre più spesso. Nelle produzioni americane di oggi le figure femminili sono diventate, sulla carta, indistruttibili. Non sono più le strepitamti “donzelle in pericolo” del passato, e questo è un bene, ovvio. Il problema è che, nel tentativo di renderle emancipate e tostissime, gli sceneggiatori finiscono quasi sempre per farle sembrare semplicemente insopportabili.
La domanda sorge spontanea: è colpa del solito eccesso woke o è pura e semplice pigrizia di scrittura?
Gli esempi in serie popolarissime non mancano:
Tokyo in La casa di carta: una delle serie più viste al mondo, con un personaggio femminile guida che viene dipinto come carismatico e passionale, ma che passa gran parte del tempo a fare scelte impulsive ed egoiste, a trattare male gli alleati e a mettersi in cattedra come se fosse l'unica a capire come va il mondo.
Rhaenyra Targaryen in House of the Dragon: nell'universo di Game of Thrones, nel tentativo di contrapporla alla brutalità maschile e renderla un'icona di fermezza e giustizia, viene spesso scritta come un personaggio privo di vere incrinature o dubbi morali, risultando a tratti fredda, distaccata e passivo-aggressiva anziché complessa.
Samantha Jones o Carrie Bradshaw nelle nuove stagioni di And Just Like That.
Iris West in The Flash: uno degli esempi più citati dai fan delle serie supereroistiche mainstream. Nata come figura di supporto, giornalista, lontanissima tra l'altro dal personaggio originale dei comics, viene progressivamente trasformata nella leader antipatica del team, per giunta senza reali competenze tecniche, dispensando ordini con un'autorità che spesso sfocia nella pedanteria (il celebre "Noi siamo The Flash" è diventato un meme proprio per questo).
In molte serie cult che provano a modernizzarsi, i personaggi femminili forti finiscono per dispensare continuamente lezioni di vita e di politica sociale al resto del cast, scambiando la crescita personale con una continua morale da cattedra. Il paradosso è che la TV ci ha già regalato in passato personaggi femminili fortissimi e straordinariamente tridimensionali (e amati!). Pensiamo a Beth Harmon in La regina degli scacchi, a Wendy Byrde in Ozark, a Kim Wexler in Better Call Saul, o a Buffy. Erano donne determinate e capaci, ma avevano difetti veri, dubbi, errori e debolezze: ed era proprio questo a renderle umane e indimenticabili.
L'emancipazione sullo schermo non si misura in quante persone un personaggio riesce a umiliare prima dei titoli di coda, ma nella sua complessità. Creare una donna perfetta, infallibile e perennemente sgradevole non è femminismo: è solo pessima scrittura travestita da buone intenzioni.
