L'enorme successo dell'Odissea di Christopher Nolan ha riportato al centro dell'attenzione uno dei racconti fondativi della cultura occidentale. È il destino dei grandi capolavori: ogni generazione sente il bisogno di reinterpretarli, mettendone in luce aspetti diversi. Ma proprio per questo è il momento ideale per recuperare un film che, uscito con molto meno clamore, merita di essere visto e apprezzato: Itaca – Il ritorno di Uberto Pasolini, uscito nell'autunno del 2024).
Non aspettatevi un kolossal. Pasolini non è interessato ai mostri, agli dèi o alle imprese leggendarie di Ulisse. Il suo sguardo si posa sull'ultimo capitolo dell'Odissea, quello più difficile e, forse, più autentico: il ritorno a casa. Perché, dopo aver sconfitto nemici e attraversato mari, resta ancora da affrontare la prova più ardua, quella di ritrovare sé stessi.
Il suo Ulisse ha il volto scavato e lo sguardo tormentato di Ralph Fiennes, in una delle interpretazioni più intense degli ultimi anni. Il re di Itaca non è più l'eroe astuto e invincibile cantato da Omero, ma un uomo consumato dalla guerra, che porta sul corpo e nell'anima il peso di vent'anni di assenze, sangue e rimpianti. Fiennes comunica tutto questo con una recitazione essenziale, fatta più di silenzi che di parole.
Di straordinario livello è anche Juliette Binoche, che interpreta una Penelope forte, intelligente e profondamente segnata dal tempo. Non è la donna immobile che aspetta il marito, ma una regina costretta a resistere ogni giorno ai Proci, ai dubbi e alla paura di aver perduto per sempre l'uomo che amava. Quando i due finalmente si ritrovano, il film raggiunge il suo vertice emotivo: non assistiamo semplicemente a un ricongiungimento, ma all'incontro tra due persone cambiate per sempre.
La scelta più coraggiosa di Pasolini è quella di eliminare quasi completamente la dimensione soprannaturale. Gli dèi tacciono, i prodigi scompaiono e tutto si concentra sugli esseri umani. L'Odissea diventa così una riflessione sul trauma della guerra, sul tempo che passa, sull'identità e sulla difficoltà di ricominciare. È un tema antico quanto il poema, ma oggi appare incredibilmente moderno.
Anche la regia segue questa linea. Sobria, misurata, mai spettacolare, lascia respirare i personaggi e valorizza una fotografia dai toni freddi e terrosi, che restituisce un Mediterraneo aspro, lontano dall'immagine da cartolina. Tutto contribuisce a creare un'atmosfera malinconica, quasi sospesa, perfettamente coerente con il racconto.
Il confronto con il film di Nolan, inevitabile, non dovrebbe trasformarsi in una gara. Sarebbe un errore. Le due opere percorrono strade diverse e proprio per questo finiscono per completarsi. Nolan guarda all'epica, all'avventura e alla potenza del mito; Pasolini scava invece nell'interiorità dei suoi personaggi, ricordandoci che ogni grande impresa lascia ferite che nessuna vittoria può cancellare.
In fondo, è questo il vero cuore dell'Odissea. Non il viaggio verso Itaca, ma ciò che accade quando finalmente la si raggiunge.
Per chi, uscendo dalla sala dopo il film di Nolan, desidera scoprire un'altra faccia del capolavoro omerico, Itaca – Il ritorno può rappresentare una visione preziosa. Più raccolta, più silenziosa, meno appariscente. Ma proprio per questo capace di emozionare profondamente e di ricordarci che, spesso, il più grande degli eroi è semplicemente un uomo che cerca di ritrovare la propria casa.