L’episodio più grave è stata la guerra illegale scatenata contro l’Iran. Trump ha scelto l’escalation militare contro Teheran presentandola come un atto di deterrenza, ma il risultato è stato l’opposto: il Medio Oriente è precipitato in una nuova spirale di instabilità, con il rischio concreto di un conflitto regionale dalle conseguenze incalcolabili. Una decisione presa nel nome della sicurezza americana che ha invece moltiplicato l’insicurezza globale.
Sul piano economico, Trump ha trasformato il commercio internazionale in una guerra permanente. I nuovi dazi imposti al Canada — il più stretto alleato economico degli Stati Uniti — hanno colpito uno dei rapporti commerciali più integrati del pianeta, incrinando una partnership costruita in decenni di cooperazione. E non pago di questo, il presidente ha appena minacciato dazi aggiuntivi contro praticamente tutto il mondo, dall’Europa all’Asia, come se l’intera economia globale dovesse piegarsi ai deliranti diktat di Washington.
Il messaggio è chiaro: o accettate le condizioni di Trump, oppure sarete puniti. Non è politica commerciale; è estorsione geopolitica. E il paradosso è che questa strategia viene venduta come difesa dei lavoratori americani, mentre rischia di alimentare inflazione, ritorsioni commerciali e isolamento degli stessi Stati Uniti.
La stessa logica punitiva domina il rapporto con Cuba. La nuova stretta contro l’isola — con ulteriori restrizioni economiche, finanziarie e diplomatiche — ripropone un embargo che dura da oltre sessant’anni senza aver raggiunto gli obiettivi dichiarati. Anziché favorire aperture democratiche, la pressione indiscriminata finisce spesso per colpire la popolazione cubana, trasformando un’intera nazione in ostaggio di una strategia fallimentare.
Ma il problema più profondo è interno. Trump continua ad attaccare giudici, università, giornalisti e funzionari pubblici ogni volta che non si allineano alla sua volontà. La separazione dei poteri viene trattata come un fastidio, non come il fondamento della democrazia americana. Ogni istituzione che osa dire “no” diventa immediatamente un nemico da delegittimare.
I suoi sostenitori sostengono che questo stile aggressivo sia necessario per combattere l’establishment. È un argomento che merita di essere ascoltato, perché nasce da un malessere reale. Ma nessun malessere giustifica la demolizione delle regole democratiche. Il consenso elettorale non autorizza un presidente a comportarsi come un monarca eletto.
Quando un leader minaccia il mondo con dazi universali, riaccende guerre in Medio Oriente, sostiene cambi di regime in America Latina, inasprisce sanzioni che strangolano intere popolazioni e considera ogni limite istituzionale un affronto personale, il termine “folle” smette di essere una semplice invettiva. Diventa la descrizione politica di una leadership dominata dall’imprevedibilità, dall’egocentrismo e dal disprezzo per le conseguenze delle proprie azioni.
La domanda che il mondo dovrebbe porsi non è se Donald Trump vincerà o perderà la prossima battaglia politica. La vera domanda è quanto a lungo la più grande potenza occidentale potrà permettersi di essere guidata dall’istinto di un solo uomo, per giunta con evidenti problemi mentali. Perché quando l’America smette di essere un argine e diventa essa stessa una fonte di instabilità, il pericolo non riguarda più soltanto Washington. Riguarda il pianeta intero.