sabato 5 settembre 2026

Cachistocrazia, la definizione perfetta per Trump (e non solo)

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George Clooney l’ha pronunciata a Venezia con l’aria di chi, tra un Leone d’oro e uno spritz, ha finalmente trovato la parola giusta per descrivere il presente. E forse, nei giorni precedenti, aveva dato un’occhiata anche a Paul Krugman, che proprio di recente è tornato a scrivere di kakistocracy e della sua evoluzione in qualcosa di ancora più sconfortante: la cheatistocracy, il governo dei peggiori accompagnato dal premio ai più disonesti. Un progresso, insomma. Sempre verso il basso, naturalmente.

C’è una parola che George Clooney ha rispolverato nei giorni scorsi a Venezia e che meriterebbe di essere adottata con entusiasmo anche da noi, magari prima che qualcuno decida di metterla al bando perché troppo poco patriottica: cachistocrazia. Deriva dal greco e, in sostanza, indica un Paese governato dai peggiori, o comunque dalle persone meno qualificate per farlo. Clooney l'ha usata, neppure troppo velatamente, per l’America di Trump. E diciamolo: difficile dargli torto.

La cosa interessante è che il termine funziona benissimo anche al di qua dell’Atlantico. Anzi, diciamolo senza girarci troppo attorno: cachistocrazia è una parola che sembra fatta apposta anche per descrivere buona parte del panorama politico italiano e, in particolare, il governo Meloni.

Non perché tutti i suoi membri siano necessariamente incapaci — sarebbe ingeneroso, oltre che statisticamente improbabile — ma perché da tempo assistiamo a un curioso meccanismo di selezione della classe dirigente nel quale competenza, esperienza e preparazione sembrano spesso dettagli fastidiosi. Molto più importanti, a quanto pare, sono la fedeltà al capo, la capacità di ripetere lo slogan del giorno senza inciampare nelle contraddizioni e, naturalmente, quell’indispensabile talento contemporaneo che consiste nel trasformare qualsiasi problema in colpa di qualcun altro: l’Europa, i giudici, la stampa, gli immigrati, il governo precedente, il governo ancora precedente, gli ecologisti, gli immancabili comunisti...

Trump, da questo punto di vista, resta il maestro insuperabile del genere: una sorta di produttore esecutivo della cachistocrazia globale. Ma anche in Italia possiamo vantare un discreto franchising.

Forse è proprio questo il fascino della cachistocrazia: non richiede nemmeno una grande ideologia. Basta mettere insieme persone che non sanno fare bene ciò per cui sono state scelte, convincerle che ogni critica sia un complotto e affidare il tutto a una macchina comunicativa sufficientemente rumorosa. Il risultato è un governo che può tranquillamente dichiararsi vittima mentre governa, rivoluzionario mentre conserva, patriottico mentre cerca continuamente un nemico interno e competente mentre colleziona gaffe, retromarce e spiegazioni sempre più fantasiose.

Clooney, a Venezia, si riferiva agli Stati Uniti e al trumpismo, parlando di un Paese guidato dalle persone meno qualificate e denunciando anche la crescente normalizzazione della crudeltà come spettacolo politico. 

Noi italiani, modestamente, possiamo limitarci a prendere appunti. Del resto, la cachistocrazia è internazionale. E, come tutte le peggiori tendenze americane, prima o poi arriva anche da noi. Solo che noi, per non farci mancare nulla, rischiamo sempre di aggiungerci quel tocco nazionale: più conferenze stampa, più slogan, più nemici immaginari e, naturalmente, più dichiarazioni secondo cui va tutto benissimo.

Finché non si scopre che era colpa di qualcun altro.

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