C’è un fantasma che si aggira tra i server della Silicon Valley, ed è lo stesso che nel 2000 fece evaporare miliardi di dollari nel grande falò delle Dot-Com. Quel fantasma si chiama hype incontrollato. Oggi, quel fumo ha un nome ben preciso: Intelligenza Artificiale Generativa.
Sia chiaro, non stiamo parlando di una tecnologia inutile. L'IA non è i Bitcoin, né i fuffa-NFT. È uno strumento potente, straordinario in molti contesti, capace di automatizzare compiti complessi e ottimizzare flussi di lavoro. Il problema non è la tecnologia in sé; il problema è la narrazione messianica che le è stata costruita attorno, e soprattutto la montagna di capitali che si sta muovendo solo sulla fiducia.
La matematica non perdona
L'equazione economica attuale dell'IA è, per usare un eufemismo, bizzarra. Sviluppare, addestrare e, cosa ancora più grave, mantenere un grande modello linguistico costa cifre astronomiche. Parliamo di infrastrutture colossali, consumo energetico fuori controllo e chip (le celebri GPU) che costano quanto un'auto di lusso.
A fronte di questi costi di gestione titanici, qual è il vero ritorno sull'investimento per le aziende che acquistano questi servizi? Nella maggior parte dei casi, oggi l'IA viene usata per:
– Riassumere documenti o email che si potrebbero leggere in cinque metri in più.
– Generare immagini stock intercambiabili.
– Scrivere testi standardizzati che spesso richiedono un editing umano per non sembrare scritti da un burocrate robotico.
Il divario tra la spesa infrastrutturale e i ricavi reali generati dalle applicazioni pratiche si sta allargando. E quando il mercato si accorgerà che l'abbonamento mensile da 20 dollari degli utenti non copre nemmeno una frazione dell'elettricità consumata per far girare i server, la correzione sarà inevitabile.
Oltre il fumo del marketing
La storia delle innovazioni o rivoluzioni tecnologiche ci insegna che ogni ciclo di innovazione segue una curva precisa: entusiasmo ingiustificato, picco delle aspettative esagerate, dolorosa caduta nella disillusione e, infine, una lenta risalita verso la produttività reale.
La "bolla" non significa la morte dell'IA, ma il suo ridimensionamento alla realtà.
Quando la bolla scoppierà – perché la matematica ci dice che una sorta di correzione, chiamiamola così, ci sarà – non assisteremo alla fine dell'Intelligenza Artificiale. Assisteremo semplicemente alla fine dei miracoli presunti, al fallimento delle startup che vendevano fumo e al ritorno a terra di una tecnologia che è un ottimo assistente, ma un pessimo sostituto dell'intelligenza umana.
Forse, solo allora, smetteremo di guardare lo schermo aspettandoci un messia e ricominceremo a usare gli strumenti per quello che sono: mezzi, e non fini.
