La polemica divampata nei giorni scorsi attorno all’articolo di Mauro Covacich, pubblicato su la Lettura del Corriere della Sera, è tutt’altro che pretestuosa. Sostenere che la fantascienza abbia “sbagliato” il futuro perché non ha previsto gli xenotrapianti o i computer quantistici significa fraintendere la natura stessa del genere.
La buona fantascienza non è un catalogo di profezie tecnologiche: è uno strumento per interrogare il presente, esplorare le conseguenze delle nostre scelte e riflettere sulla condizione umana. Ridurla a una gara tra previsioni azzeccate e mancate significa ignorare un secolo di letteratura che ha saputo interpretare il mondo con una lucidità spesso superiore a quella della narrativa cosiddetta realistica.
La cosa più sorprendente, in fondo, non è che uno scrittore esprima un giudizio severo sulla fantascienza. È che un quotidiano prestigioso come il Corriere della Sera dia spazio a una lettura che sembra trascurare la natura e il ruolo di uno dei generi più vitali della letteratura moderna.
La fantascienza non ha mai avuto il compito di indovinare il futuro, ma di interrogare il presente e immaginare le conseguenze delle nostre scelte. È per questo che continua a parlare ai lettori di oggi.
Autori come Isaac Asimov, Arthur C. Clarke, Ursula K. Le Guin, Philip K. Dick, Stanisław Lem, William Gibson o Ray Bradbury non sono diventati classici perché hanno previsto con precisione smartphone, computer quantistici o xenotrapianti. Lo sono perché hanno saputo raccontare il rapporto fra l’uomo e la tecnologia, il potere, la libertà, la memoria, l’identità e la paura del cambiamento con una profondità che spesso manca alla narrativa cosiddetta “realistica”.
Forse è proprio questo l’equivoco di fondo: giudicare la fantascienza come se fosse un ufficio brevetti o un laboratorio di futurologia. In realtà, la sua ambizione è sempre stata molto più alta. Non prevedere il domani, ma aiutarci a comprendere l’oggi. Ed è per questo che, a distanza di decenni, i grandi romanzi di fantascienza continuano a essere letti, studiati e discussi. Non perché abbiano indovinato il futuro, ma perché hanno capito l’essere umano.

