martedì 13 ottobre 2026

Civil War, il futuro dell'America?

Ci sono film che si guardano e si dimenticano. Altri, invece, ti lasciano addosso un'inquietudine difficile da scrollarsi di dosso. Civil War, scritto e diretto da Alex Garland, appartiene decisamente alla seconda categoria. E il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che oggi fa molta più paura di quanta ne facesse al momento della sua uscita.

Il film ci trascina in un'America sprofondata in una nuova guerra civile, un Paese dove le strade sono diventate campi di battaglia, i civili possono trasformarsi da un momento all'altro in carnefici e vittime, e la violenza ha smesso di essere un'eccezione per diventare parte della quotidianità. Seguiamo un gruppo di giornalisti, guidati dalla fotoreporter Lee Smith, interpretata da una straordinaria Kirsten Dunst, nel loro viaggio verso Washington, dove un presidente autoritario è asserragliato mentre il Paese gli crolla intorno.

Ma ciò che colpisce davvero non sono soltanto le scene di combattimento, gli edifici devastati o le città trasformate in trappole mortali. È la sensazione, terribilmente concreta, che basti pochissimo perché tutto quello che consideriamo normale possa andare in frantumi. Un giorno fai la spesa, accompagni i figli a scuola, discuti di politica sui social. Il giorno dopo potresti ritrovarti a chiedere a un uomo armato se intende spararti. E lui potrebbe risponderti con un sorriso.

Garland compie una scelta intelligente e inquietante: non ci spiega fino in fondo come si sia arrivati alla guerra, non ci offre una comoda distinzione tra buoni e cattivi, non ci consegna una mappa politica con cui sentirci al sicuro. Ci mostra un Paese disintegrato, dove le appartenenze sembrano contare più delle persone e dove la ragione ha ceduto il posto alla brutalità. Non è tanto importante sapere chi abbia cominciato. È agghiacciante vedere che cosa succede quando nessuno sembra più capace, o disposto, a fermarsi.

E qui il film smette di essere soltanto fantapolitica.

Pensiamo all'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, quando la violenza irruppe nel cuore delle istituzioni americane. Pensiamo alla radicalizzazione del dibattito pubblico, alla crescente ostilità verso chi la pensa diversamente, alla trasformazione dell'avversario politico in un nemico da abbattere. Non significa che gli Stati Uniti siano inevitabilmente destinati a precipitare nello scenario immaginato da Garland. Ma significa che certe immagini, oggi, non riescono più a sembrarci del tutto impossibili.

Ed è questo l'aspetto che mi preoccupa maggiormente. Non la guerra civile in sé, con il suo repertorio cinematografico di esplosioni e sparatorie, ma il lento logoramento delle condizioni che rendono possibile la convivenza. Le parole che diventano insulti, gli insulti che diventano minacce, le minacce che finiscono per essere considerate normali. Fino al momento in cui qualcuno decide che la violenza non è più un'aberrante rottura delle regole, ma uno strumento legittimo per imporre la propria volontà.

La regia di Garland, sostenuta dalla fotografia di Rob Hardy e dalle musiche di Ben Salisbury e Geoff Barrow, evita ogni compiacimento spettacolare. La guerra non è un'avventura eroica, non è un videogioco e non è neppure un'occasione per esibire il coraggio dei protagonisti. È caos, paura, morte improvvisa. È l'assurdità di trovarsi davanti a qualcuno che può decidere della tua vita sulla base di una parola, di un sospetto o del colore della tua pelle. E la macchina fotografica di Lee Smith, che dovrebbe servire a documentare la realtà, diventa anche il simbolo di una domanda scomoda: fino a che punto si può assistere all'orrore senza esserne travolti?

Kirsten Dunst restituisce con grande intensità la stanchezza, la durezza e le ferite interiori di una donna che ha visto troppo. Il suo personaggio non è una paladina senza macchia, ma una professionista che ha imparato a convivere con immagini che nessuno dovrebbe essere costretto a portarsi dentro. E proprio per questo risulta credibile: perché in Civil War non c'è nulla di rassicurante, nemmeno in chi cerca di raccontare ciò che accade.

Alla fine, quello che rimane è una domanda che riguarda tutti noi: quanto è davvero solida la civiltà in cui viviamo? Quanto basta perché le nostre certezze si dissolvano e la paura prenda il sopravvento? E soprattutto, quanto siamo disposti a tollerare prima di renderci conto che certe derive non sono più un problema degli altri?

Non credo che un film debba necessariamente offrire risposte. A volte è sufficiente che ci costringa a guardare in faccia le domande che preferiremmo evitare.

Civil War mi inquieta perché, mentre scorrono le immagini di un'America sprofondata nell'incubo, diventa sempre più difficile liquidarle come una fantasia lontana. Forse è proprio questo il merito più scomodo del film: insinuare il dubbio che certe catastrofi non comincino con le bombe o con le armi spianate, ma molto prima, quasi senza che ce ne accorgiamo.

E quando arrivano i titoli di coda, resta una sensazione difficile da scacciare: che l'orrore, a volte, non abbia bisogno di essere immaginato. Gli basta aspettare che ci abituiamo all'idea che sia possibile.



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