sabato 28 febbraio 2026

Distrarre con le bombe: la guerra come diversivo politico

L’attacco di Donald Trump contro l’Iran arriva in un momento politicamente delicato per la Casa Bianca. Al di là delle giustificazioni ufficiali sulla sicurezza nazionale, che a molti hanno sinistramente ricordato analoghe parole pronunciate da Vladimir Putin in occasione dell'invasione dell’Ucraina, l’operazione ha il sapore classico della fuga in avanti: spostare il baricentro del dibattito pubblico dall’arena interna a quella internazionale.

Lo scandalo legato ai documenti su Jeffrey Epstein continua a proiettare ombre e ad alimentare richieste di trasparenza, mentre sul fronte domestico crescono tensioni e divisioni. In questo contesto, un’azione militare consente di ricompattare temporaneamente il consenso attorno alla figura del “comandante in capo”, trasformando la cronaca giudiziaria in rumore di fondo.


Ma c’è un paradosso politico: una parte della base Maga, che aveva creduto alla promessa trumpiana di porre fine alle “guerre infinite”, guarda con crescente insofferenza all’apertura di nuovi fronti e a una politica estera sempre più muscolare. 


Il rischio per Trump è duplice: usare la guerra per coprire le difficoltà interne può funzionare nel breve periodo, ma nel lungo può incrinare proprio quel blocco elettorale che lo aveva sostenuto in nome dell’isolazionismo e del primato degli interessi interni.

venerdì 27 febbraio 2026

I’m your man: L'amore al tempo degli algoritmi

I’m Your Man di Maria Schrader è una boccata d'aria fresca nel panorama del cinema europeo contemporaneo, una pellicola che affronta il tema dell'intelligenza artificiale con una grazia e un'ironia fuori dal comune. Sebbene si tratti a tutti gli effetti di un film di fantascienza, lo fa in modo estremamente atipico: dimenticate esplosioni, laboratori ipertecnologici o effetti speciali ridondanti. Qui la tecnologia rimane invisibile, lasciando tutto lo spazio a un'indagine psicologica profonda e sottile.

Al centro della narrazione c'è il rapporto tra la pragmatica ricercatrice Alma e l'androide Tom, costruito su misura per renderla felice. La forza del film risiede proprio nel dialogo e nell'evoluzione interiore dei protagonisti, esplorando con intelligenza cosa significhi realmente desiderare, amare e confrontarsi con l'alterità. 


È un’opera filosofica travestita da commedia sentimentale, capace di emozionare senza ricorrere a facili sentimentalismi, puntando tutto sulla straordinaria chimica dei suoi interpreti e su una sceneggiatura che scava con precisione chirurgica nelle complessità dell'animo umano.

giovedì 26 febbraio 2026

Stato dell’Unione o stato di pazzia?

Il discorso sullo stato dell’Unione del "presidente pazzo" Donald Trump è sembrato meno un intervento istituzionale e più una maratona di furiosa autocelebrazione, dilatata fino allo sfinimento come se la quantità potesse sostituire la sostanza.

Un flusso interminabile di slogan gridati, nemici immaginari, trionfi autoattribuiti e menzogne ripetute con la sicurezza di chi confida che, a forza di ripeterle, diventino realtà. I toni erano quelli di un comizio permanente, non di un capo di Stato: rabbia, vittimismo, smania patetica di rivincita contro nemici immaginari e non. 

Più che uno sguardo sullo stato dell’Unione, è parso lo stato mentale di un uomo in fuga dalla realtà, asserragliato in una narrazione parallela e falsa, dove tutto va magnificamente e la colpa è sempre di qualcun altro. 

Alla fine resta la sensazione di aver assistito non a un discorso politico, ma a un lungo, rumoroso monologo di un leader alla deriva, sempre più distante dalla realtà e sempre meno interessato a ritrovarla.

mercoledì 25 febbraio 2026

Disegnare come nel Medioevo

C’è un momento, nella vita di ogni bambino, in cui il mondo viene disegnato non come appare, ma come è. Il sole è un cerchio con i raggi tutt’intorno, anche se nella realtà non lo vediamo così. Le case sono frontali, squadrate, con il tetto a triangolo. Le persone hanno due occhi ben visibili anche quando sono di profilo. Le figure importanti sono più grandi delle altre. Non è errore. È sistema.

Poi un giorno qualcuno insegna la prospettiva. Ed è curioso che proprio qui nasca un’analogia affascinante: i disegni infantili somigliano sorprendentemente all’arte medievale. Le figure frontali e solenni dei mosaici della Basilica di San Vitale, i santi gerarchicamente più grandi dei fedeli, gli sfondi dorati senza profondità. Anche lì lo spazio non è illusione ottica: è dichiarazione di senso.



Prima di Filippo Brunelleschi e della prospettiva matematica, prima che Leon Battista Alberti teorizzasse la pittura come “finestra aperta sul mondo”, l’immagine non voleva imitare la realtà. Voleva spiegarla.


Il bambino fa la stessa cosa. Non disegna ciò che vede, ma ciò che sa. Non rappresenta l’effetto della luce, ma l’idea di una mamma, di una casa, di un albero. È una pittura concettuale, non retinica.


Viene da chiedersi — poeticamente, non scientificamente — se non esista una sorta di memoria ancestrale della rappresentazione. Ma forse la spiegazione è più semplice e insieme più profonda: l’essere umano, prima di imparare a guardare come un artista rinascimentale, guarda come un narratore.


Il Medioevo non era “incapace” di fare prospettiva. Non ne aveva bisogno. Così come il bambino non è incapace di realismo: non è ancora interessato all’illusione. Gli interessa dire chi conta, cosa è importante, cosa è sacro.


Poi arriva il Rinascimento. Arriva l’illusione perfetta dello spazio. Arriva la tridimensionalità, l’ombra, la profondità. E qualcosa si guadagna — ma qualcosa si perde. Non è un caso che artisti moderni come Paul Klee o Pablo Picasso abbiano guardato ai disegni dei bambini come a una rivelazione. Picasso diceva di aver impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino. Forse perché il bambino non finge che il mondo sia una finestra: lo dichiara simbolo.


Crescere significa imparare la prospettiva. Ma forse maturare artisticamente significa ricordarsi che non tutto deve sembrare vero per essere vero.





domenica 22 febbraio 2026

Idols, il capolavoro di Yungblud

Con la pubblicazione della versione completa di Idols, Dominic Harrison non ha solo aggiunto un tassello alla sua discografia, ma ha rivendicato il suo posto nell'olimpo del rock britannico. 

Ciò che colpisce fin dal primo ascolto è la profondità di un'ispirazione che pesca a piene mani dai giganti del passato, filtrandoli attraverso una sensibilità moderna e ferocemente onesta. Non è un segreto che Dom abbia guardato a icone come David Bowie e Robert Smith, ma in questo lavoro l'influenza si fa sostanza: c'è il gusto per l'epica teatrale dei Queen, la spavalderia melodica degli Oasis, richiamati apertamente, e persino certe sfumature psichedeliche dei Pink Floyd che emergono inaspettatamente tra i solchi di una produzione curatissima.



Tra i brani più riusciti spicca senza dubbio Hello Heaven, Hello, un’apertura monumentale di nove minuti che è un vero e proprio viaggio sonoro, capace di passare dall'introspezione sussurrata a un finale orchestrale da brividi. C'è poi la viscerale Zombie, che nella sua nuova versione con gli Smashing Pumpkins acquista una grinta sporca e alternativa, diventando immediatamente uno degli inni definitivi di questa era. 

Non si può non citare Ghosts, dove la chitarra sembra richiamare il miglior periodo dei U2, e la ritmica incalzante di Change, un brano che dimostra come si possa fare rock d'autore senza perdere l'immediatezza del pop.

Il progetto trova la sua chiusura ideale in Suburban Requiem, un pezzo cinematografico e catartico che tira le somme di un percorso di crescita straordinario. Yungblud è riuscito nell'impresa più difficile: onorare i propri idoli senza restarne schiacciato, trasformando la nostalgia in una forza vitale e presente. 


È un album che chiede di essere ascoltato ad alto volume, meglio se tutto d'un fiato, per lasciarsi trasportare da un artista che ha finalmente trovato il coraggio di essere, semplicemente, se stesso. E che per questo è anche molto invidiato da alcuni colleghi, ma questa è un’altra storia, in fondo prevedibile e, diciamocelo, trascurabile…




sabato 21 febbraio 2026

Il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov

Il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov è una delle architetture narrative più ambiziose e influenti della fantascienza del Novecento. Più che una saga, è un progetto intellettuale: un tentativo di applicare la razionalità scientifica alla storia umana, di immaginare un futuro governato non da eroi solitari ma da forze statistiche, da equazioni sociali, da una matematica del destino.

Il nucleo originario – Fondazione, Fondazione e Impero e Seconda Fondazione – nasce negli anni Quaranta e porta con sé un’idea folgorante: la psicostoria. Hari Seldon, scienziato visionario, prevede la caduta dell’Impero Galattico e progetta un piano per ridurre da trentamila a mille anni il periodo di barbarie successivo. Non c’è misticismo, non c’è provvidenza: solo calcolo probabilistico applicato a masse enormi di individui.

La forza della trilogia sta proprio qui. Asimov rinuncia quasi del tutto all’introspezione psicologica per concentrarsi su idee, strutture politiche, svolte strategiche. I personaggi entrano ed escono di scena come pedine di un grande gioco storico. Può sembrare freddo, e in parte lo è: la scrittura è asciutta, dialogica, talvolta persino didascalica. Ma l’effetto complessivo è ipnotico. Ogni “crisi Seldon” è un nodo drammatico che dimostra come il potere non risieda solo nelle armi, ma nel controllo della conoscenza, dell’economia, della religione intesa come strumento politico.

Poi arriva l’imprevisto: il Mulo. Una deviazione statistica, un individuo capace di alterare il corso previsto degli eventi. È qui che la saga acquista una tensione quasi tragica: il determinismo vacilla, l’ordine matematico mostra le sue crepe. E con la Seconda Fondazione, custode mentale e invisibile del Piano, Asimov introduce un elemento quasi metafisico, pur restando nel perimetro della razionalità scientifica.

Molti anni dopo, Asimov tornerà su questo universo con romanzi come L’orlo della Fondazione e Fondazione e Terra, ampliando la saga e collegandola al ciclo dei Robot. Qui il tono cambia: più introspezione, più avventura, un respiro cosmico ancora più ampio. L’idea di Gaia e della coscienza collettiva sposta l’asse tematico dalla previsione matematica all’evoluzione etica dell’umanità.

Letta oggi, la Fondazione può apparire meno spettacolare di molta fantascienza contemporanea, e meno emotivamente coinvolgente rispetto ad altre saghe epiche. Ma resta un’opera fondamentale per la potenza delle sue intuizioni: la ciclicità degli imperi, il rapporto tra scienza e potere, la fragilità dei sistemi complessi, l’illusione del controllo totale sulla storia.

Vale la pena, infine, accennare alla recente trasposizione televisiva Foundation, prodotta da Apple TV. La serie è solo (molto) liberamente ispirata al ciclo originale: amplia personaggi, introduce linee narrative del tutto nuove e privilegia l’epica visiva e il conflitto emotivo rispetto alla sobrietà concettuale dei romanzi. Eppure, pur prendendosi notevoli libertà rispetto al testo di Asimov, è un’opera di grande fascino visivo e ambizione narrativa, capace di restituire almeno in parte la grandiosità dell’idea di fondo: raccontare il destino di una civiltà attraverso i secoli.



venerdì 20 febbraio 2026

Il trionfo delle serie tv

Negli ultimi quindici anni è accaduto qualcosa sotto gli occhi di tutti: le serie tv hanno smesso di essere un passatempo minore e hanno conquistato il centro della scena culturale, lasciando il cinema in una posizione sempre più difensiva. Non è solo una questione di piattaforme o di abitudini domestiche, ma di linguaggio, ambizione e capacità di raccontare il presente. Se un tempo il grande romanzo popolare del nostro tempo passava dallo schermo cinematografico, oggi passa molto più spesso per una stagione da dieci episodi.

L’esplosione di titoli come Breaking Bad, The Sopranos, House of Cards, Game of Thrones e così via ha mostrato che la serialità poteva permettersi una profondità psicologica e una complessità narrativa difficili da comprimere nelle due ore di un film. La trasformazione lenta di Walter White, la stratificazione morale di Tony Soprano, l’intreccio politico e mitologico di Westeros: tutto questo richiede tempo, e il tempo è diventato la vera moneta d’oro del racconto contemporaneo.


Il cinema, al contrario, sembra spesso prigioniero di formule industriali sempre più rigide. Le grandi produzioni puntano su franchise, sequel e universi condivisi; le opere più personali faticano a trovare spazio nelle sale, schiacciate tra blockbuster e algoritmi. Non mancano film straordinari, naturalmente, ma l’impressione diffusa è che il rischio creativo si sia spostato altrove, verso le piattaforme e le produzioni seriali che possono osare, dilatare, sperimentare.


C’è poi un aspetto emotivo e quasi antropologico: la serie crea abitudine, compagnia, ritualità. Si entra nelle case dei personaggi per settimane, mesi, talvolta anni. Il film, anche il più riuscito, resta un’esperienza concentrata, intensa ma breve. La serialità costruisce legami più lunghi, più intimi, più fidelizzanti. Non è solo consumo: è convivenza narrativa.


Questo predominio non significa necessariamente la morte del cinema. Piuttosto, segna una mutazione dell’ecosistema audiovisivo. Il film resta un oggetto compatto, spesso più rigoroso, talvolta più potente proprio perché costretto alla sintesi. Ma oggi è la serie a incarnare l’ambizione del grande affresco contemporaneo, a intercettare i dibattiti sociali, a creare personaggi che entrano nel lessico comune.


Forse tra qualche anno assisteremo a un riequilibrio. Forse il cinema saprà reinventarsi ancora una volta, come ha già fatto in passato di fronte alla televisione, al VHS, allo streaming. Ma per ora è difficile negarlo: il racconto lungo ha vinto la partita culturale, e il grande schermo, pur nobile e insostituibile, osserva da dietro le quinte.


giovedì 19 febbraio 2026

Stress da polso


Siamo diventati schiavi del polso, diciamocelo. Ogni vibrazione è un’interruzione, ogni schermo un invito a distrarci, mantenendo il nostro sistema nervoso in uno stato di allerta costante. Il vero lusso oggi, per la nostra salute mentale, è la disconnessione.

Abbandonare lo smartwatch (o smartband che sia) non significa tornare all'età della pietra, né cedere a tendenze luddiste, ma scegliere di riappropriarsi del proprio tempo e ridurre il carico cognitivo.

Immaginiamo la libertà di non avere più l'ansia della batteria scarica e di affidarci a un meccanismo che funziona sempre, punto. Significa goderci una cena o una riunione senza le continue notifiche che alterano i nostri livelli di cortisolo, frammentano la nostra attenzione e infastidiscono anche chi ci sta accanto.

E allora scegliere un orologio "vero" è una dichiarazione di intenti per il nostro benessere: è puntare su uno strumento che misura il tempo senza invadere ciò che resta della nostra privacy nell'era attuale della iperconnessione.

Il tempo non va monitorato, va vissuto. E, se possibile, in modo sano.

mercoledì 18 febbraio 2026

Sfida all'OK Corral, il western per eccellenza

Sfida all'OK Corral non è semplicemente un western, è la pietra miliare su cui si fonda il mito cinematografico della frontiera, un autentico capolavoro che trascende il proprio genere per assurgere a opera d'arte totale. La regia di John Sturges è magistrale, capace di infondere un ritmo incalzante e una tensione quasi insostenibile, culminando in una messinscena della sparatoria finale che è pura coreografia della violenza e della fatalità. 

Tutto questo è sostenuto da una sceneggiatura di ferro, densa di sottotesto psicologico, che eleva il conflitto tra legge e giustizia a una riflessione profonda sulla natura umana. A legare ogni sequenza con un filo invisibile di epicità è la splendida ballata portante, che riecheggia per tutto il film come un coro greco, anticipando il destino dei protagonisti e conferendo alla pellicola un tono leggendario e malinconico.

L'aspetto visivo è sublimato da una fotografia in technicolor semplicemente splendida, che contrappone la vastità dei paesaggi desertici alla claustrofobica oscurità dei saloon. Tuttavia, il cuore pulsante del film risiede nelle interpretazioni strepitose dei due protagonisti, rese ancor più monumentali da un doppiaggio italiano che è esso stesso un'opera d'arte


Emilio Cigoli, con un'interpretazione magistralmente contenuta e particolarmente asciutta, conferisce al Wyatt Earp di Burt Lancaster una statura morale granitica e autoritaria; a fargli da contraltare, un eccellente Paolo Stoppa restituisce egregiamente la fragilità fisica e il nichilismo affascinante del Doc Holliday di Kirk Douglas. La chimica tra questi due giganti, amplificata dalle voci italiane, è pura elettricità cinematografica, rendendo Sfida all'OK Corral un film immortale che continua a definire, decenni dopo, cosa significhi fare grande cinema.

martedì 17 febbraio 2026

Addio al grande Robert Duvall

Ci sono attori enormi, ingombranti, e poi c’è Robert Duvall. Uno di quelli che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per dominare la scena, perché la scena si piegava naturalmente alla loro presenza. Duvall è stato – ed è – l’essenza stessa del cinema americano: asciutto, rigoroso, capace di attraversare generi e decenni senza mai perdere autenticità.

È impossibile non pensare al suo Tom Hagen ne Il padrino, silenzioso consigliere della famiglia Corleone, volto impassibile dietro cui si muove un mondo di lealtà, calcolo e malinconia. In mezzo a giganti come Marlon Brando e Al Pacino, Duvall riusciva a ritagliarsi uno spazio tutto suo, fatto di sottrazione e misura. E poi il colonnello Kilgore in Apocalypse Now: un personaggio che sarebbe potuto diventare macchietta, e che invece nelle sue mani diventa incarnazione disturbante e memorabile dell’assurdità della guerra. “Amo l’odore del napalm al mattino” non è solo una battuta ormai archetipica, è un frammento di follia reso credibile dalla sua assoluta naturalezza.

Duvall non è mai stato un divo nel senso superficiale del termine. Era un attore che scavava nei personaggi, che li abitava senza ostentazione. Il suo Oscar per Tender Mercies è il riconoscimento di un’arte fatta di dettagli minimi, di silenzi più eloquenti di mille monologhi. E anche quando guidava il film da protagonista, come ne L'apostolo, lo faceva con un’intensità quieta, mai compiaciuta.

Guardare Robert Duvall significa ricordare cosa sia la recitazione quando è davvero servizio alla storia e non esibizione di sé. Significa capire che la grandezza può essere discreta, che il carisma può essere sottotraccia, che la forza può stare in uno sguardo trattenuto. In un’epoca che spesso premia l’eccesso, Duvall è stato la dimostrazione che la misura è una forma altissima di potenza.

E forse è proprio questo che resta di lui: la lezione di un attore che non ha mai cercato di essere più grande dei suoi personaggi, ma che proprio per questo è diventato immenso.

Meloni "osservatrice" di Trump: il sovranismo italiano in trasferta

Le parole di Giorgia Meloni in risposta a Friedrich Merz hanno il pregio, raro, della chiarezza: non si limitano a prendere le distanze da una posizione europeista e prudente, ma scelgono consapevolmente di accodarsi al carro ideologico del trumpismo più scomposto. Altro che equilibrio atlantico: qui siamo alla professione di fede.

Merz, con tutti i suoi limiti, aveva quantomeno provato a ricordare che l’Europa non può permettersi di essere un’appendice rumorosa delle pulsioni elettorali americane. La replica italiana, invece, sembra un comunicato stampa scritto con il cappellino rosso in testa: difesa a oltranza delle narrazioni MAGA, indulgenza verso teorie che minano la fiducia nelle istituzioni, strizzatine d’occhio a un sovranismo muscolare buono per i comizi, pessimo per la diplomazia.


Ancora più imbarazzante è l’annunciata partecipazione dell'Italia come “osservatore” al cosiddetto Board of Peaceclub privato miliardario creato dal presidente pazzo Donald Trump. La formula è quasi comica: osservatore di che cosa? Della demolizione sistematica delle regole multilaterali? Della normalizzazione dell’assalto alle istituzioni? Dell'aggiramento della nostra Costituzione? O del peggiore marketing politico permanente elevato a metodo di governo?


Presentarsi come osservatori mentre si legittima l’impianto ideologico è un esercizio di equilibrismo retorico che non regge. È come dire: non partecipiamo al banchetto, ma sediamo volentieri a tavola. In un momento storico in cui l’Europa avrebbe bisogno di autonomia strategica e credibilità internazionale, scegliere di orbitare attorno alle teorie MAGA significa ridursi a comparsa in uno spettacolo che non controlliamo.


C’è una differenza sostanziale tra difendere l’interesse nazionale e inseguire una narrazione identitaria che ha già mostrato il suo potenziale destabilizzante. Confonderle, o far finta che coincidano, è politicamente miope. E soprattutto è pericoloso per un Paese che dovrebbe ambire a contare in Europa, non a fare da eco alle parole d’ordine di un altro continente.

lunedì 16 febbraio 2026

La fonte meravigliosa, film capolavoro su Frank Lloyd Wright

La fonte meravigliosa di King Vidor non è soltanto un grande film: è un’opera monumentale, un vertice espressivo che si impone come capolavoro di tutti i tempi. Un film che osa essere titanico, che non teme la verticalità — fisica e morale — e che ancora oggi svetta nel panorama della storia del cinema come uno dei suoi grattacieli simbolici.

Fin dalle prime sequenze, Vidor costruisce un impianto visivo di potenza quasi vertiginosa. Le inquadrature sono semplicemente stratosferiche: linee architettoniche che fendono lo spazio, prospettive ardite che esaltano la verticalità degli edifici, campi lunghi che trasformano l’architettura in una dichiarazione etica. La macchina da presa non si limita a raccontare: argomenta, prende posizione, scolpisce nello spazio l’idea di un individualismo creativo assoluto. Ogni scelta formale è coerente con la filosofia del protagonista. È cinema che pensa in immagini.


La fotografia, scultorea e rigorosa, lavora sui contrasti con una precisione magistrale. Le ombre incidono i volti come bassorilievi, la luce avvolge le strutture architettoniche conferendo loro una dimensione quasi sacrale. Il bianco e nero vibra di tensione modernista, anticipando sensibilità visive che diventeranno centrali negli anni successivi. Ogni fotogramma è composto con tale equilibrio e forza plastica da poter vivere autonomamente come opera d’arte.


Gary Cooper offre una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera. Il suo Howard Roark è essenziale, granitico, attraversato da una determinazione silenziosa che diventa magnetica. Cooper non recita sopra le righe: concentra, trattiene, solidifica. È presenza pura. Accanto a lui, Patricia Neal costruisce una Dominique intensa e complessa, tormentata ma lucida, capace di incarnare attrazione e conflitto con una modernità sorprendente. La tensione tra i due è intellettuale e sensuale insieme, sempre sorretta da dialoghi che hanno il peso di manifesti ideologici.


Guardando La fonte meravigliosa, è impossibile non scorgere nell'inflessibile Howard Roark l'ombra imponente di Frank Lloyd Wright. Sebbene il romanzo di Ayn Rand sia stato pubblicato nel 1943, ben undici anni dopo la prima edizione dell'autobiografia del maestro americano, è evidente come la figura del genio ribelle contro l'establishment accademico sia ricalcata sulla vita e sull'etica professionale di Wright. Tuttavia, Rand eleva Wright a simbolo della sua filosofia, l'Oggettivismo: Roark non è solo un architetto talentuoso, ma l'incarnazione dell'eroe razionale che vive per se stesso, guidato esclusivamente dalla propria integrità creativa e rifiutando categoricamente il misticismo e l'altruismo imposti dalla società.



Sebbene i grattacieli del film siano tecnicamente dei modelli in scala, il design della Casa Enright è un tributo esplicito alla celebre Casa sulla Cascata: l'uso dei volumi a sbalzo e della pietra grezza rende visibile allo spettatore quella 'architettura organica' che Wright teorizzò e che Roark difende fino alle estreme conseguenze finali.


Il film cristallizza il mito dell'architetto che preferisce distruggere le proprie opere piuttosto che scendere a compromessi artistici, trasformando la lotta reale di Wright per un'architettura organica e moderna nel simbolo assoluto dell'integrità individuale contro il conformismo collettivo.


Il celebre monologo finale non è soltanto un momento di scrittura audace: è il coronamento di un’architettura narrativa impeccabile. E l’ultima immagine, con la sua verticalità trionfante, resta una delle chiusure più potenti e simboliche mai concepite.


Rivederlo oggi significa confrontarsi con un’idea di cinema ambiziosa, assoluta, capace di fondere estetica, filosofia e spettacolo in un unico gesto creativo. La fonte meravigliosa non è solo un film: è un monumento. E come i capolavori dell’architettura che celebra è destinato a durare.

sabato 14 febbraio 2026

L'algoritmo dell'odio: come Facebook ha trasformato il dibattito pubblico in una zona di guerra

Non chiamatelo più "social network". Definire Facebook una piattaforma di connessione oggi è quantomeno anacronistico, se non ipocrita. La creatura di Mark Zuckerberg si è evoluta – anzi involuta – in un gigantesco acceleratore di conflittualità, un ecosistema digitale progettato chirurgicamente non per unire le persone, ma per tenerle incollate allo schermo attraverso la leva più potente e distruttiva a nostra disposizione: la rabbia.

L'analisi dei meccanismi interni della piattaforma rivela una verità scomoda che molti sospettavano ma che i dati confermano: l'algoritmo premia spudoratamente i contenuti che generano reazioni emotive estreme. Più un post è divisivo, più scatena insulti o indignazione, più alto sarà il suo ranking e maggiore sarà la sua visibilità. In questo scenario, la sfumatura, il confronto costruttivo e la complessità vengono sistematicamente penalizzati a favore di posizioni radicali e polarizzanti. Il risultato è una società frammentata, dove il "diverso da noi" viene trasformato in un nemico da abbattere a colpi di tastiera.

La tossicità di Facebook non si ferma alla guerriglia verbale. La piattaforma è diventata il principale vettore di disinformazione su scala globale. La logica del profitto – basata sull'attenzione dell'utente – ha spesso prevalso sulla necessità di verifica dei fatti. Notizie false, teorie del complotto e notizie manipolate viaggiano a una velocità di gran lunga superiore a quella dell'informazione certificata, perché la menzogna costruita ad arte genera un engagement immediato e viscerale.

Facebook non è uno specchio neutrale della società; è un amplificatore che prende il peggio del comportamento umano e lo restituisce moltiplicato per miliardi di utenti, con conseguenze devastanti per la tenuta democratica e la salute mentale collettiva.

venerdì 13 febbraio 2026

La verità inventata - A thousand lines

La verità inventata - A thousand lines è un film riuscito, capace di trasformare uno dei più grandi scandali giornalistici dei nostri tempi in un racconto coinvolgente e visivamente accattivante. 

Il primo elemento che colpisce è senza dubbio il ritmo incessante: la narrazione procede con una rapidità che non concede pause, rispecchiando perfettamente la frenesia delle redazioni moderne e l'escalation adrenalinica della menzogna. 


Questa fluidità narrativa è sostenuta da una regia impeccabile e dinamica, in grado di spaziare dalla tensione psicologica al dinamismo più puro, e da una fotografia patinata e moderna che esalta la dicotomia tra la realtà dei fatti e la perfezione artificiale delle storie inventate dal protagonista.


Il film riesce anche nell'impresa non scontata di divertire sinceramente il pubblico, sfruttando una vena ironica che mette a nudo la vanità del sistema mediatico. Tuttavia, è proprio questo taglio satirico così marcato a rappresentare l'unico elemento di ambiguità: se da un lato rende la visione brillante e accessibile, dall'altro finisce per smussare in parte la gravità etica della vicenda reale, rischiando di far passare in secondo piano la profondità del danno professionale a favore della caricatura grottesca. 


Nonostante questa scelta di tono possa a tratti nuocere alla drammaticità del tema, il risultato finale rimane un pezzo di cinema solido, esteticamente appagante e profondamente godibile, adatto a farci riflettere su quanto possa essere manipolabile il racconto dei fatti. Quando il giornalismo si trasforma in finzione e falsità.

giovedì 12 febbraio 2026

Dacci oggi il nostro doomscrolling quotidiano


Scorriamo. Clicchiamo. Guardiamo. Approviamo o disapproviamo, succubi dell'algoritmo. Reiteriamo le medesime azioni in un loop infinito.

È questo che è diventata la nostra vita? Un ciclo infinito di frustrazione autoinflitta, nutrita da vite finte e algoritmi progettati per rubarci il senso dell'esistenza?

Ci stiamo vendendo l'anima per una dose di dopamina a buon mercato. Siamo diventati dei vegetali digitali, alienati dal mondo reale, incapaci di sostenere un minuto di silenzio senza cercare rifugio nel bagliore blu dello schermo.

La noia che proviamo non è mancanza di stimoli, è l'assenza di significato in ciò che facciamo. Siamo spettatori passivi del nostro stesso declino. Mentre cerchiamo approvazione da sconosciuti, la vita vera ci scorre accanto, ignorata.

Continuiamo pure a scorrere. Il nostro tempo nel mondo reale sta finendo.

mercoledì 11 febbraio 2026

L’illusione dell’indifferenza


"Prima vennero per i socialisti, e io non dissi nulla, perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi nulla, perché non ero sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi nulla, perché non ero ebreo.
Poi vennero per me, e non era rimasto nessuno a protestare".


Le parole di Martin Niemöller non sono un semplice reperto archeologico da esporre durante le ricorrenze, ma uno specchio spietato in cui riflettersi ogni giorno. Se oggi ci guardiamo dentro, l’immagine che ci restituisce è quella di un mondo che sta pericolosamente tornando a tracciare linee di demarcazione tra "noi" e "loro", rispolverando dinamiche che pensavamo sepolte nel secolo scorso.


Oggi come allora, assistiamo al ritorno di quella che potremmo definire una "solidarietà selettiva". Dagli Stati Uniti, dove le ferite del razzismo sistemico continuano a sanguinare sotto forma di politiche di esclusione e retoriche d'odio sempre più sfacciate, fino alle sponde di un'Europa tentata dai nuovi sovranismi, la logica dell'indifferenza segue uno schema identico. 


Il sovranismo, in questo contesto, non agisce solo come dottrina politica, ma come un paravento psicologico: ci autorizza a pensare che finché il problema riguarda "l'altro" — l'immigrato, la minoranza, il diverso — allora non sia una nostra battaglia.


Questa è la trappola del "non mi riguarda", un errore prospettico che la storia ha già punito duramente. Quando accettiamo che il perimetro della libertà altrui venga ridotto in nome della sicurezza o di un'identità nazionale escludente, stiamo implicitamente accettando che i diritti non siano universali, ma concessioni revocabili a seconda del vento politico. Se oggi il diritto viene negato a qualcuno perché considerato "estraneo", domani lo stesso principio potrà essere usato contro di noi per qualsiasi altra ragione. L'odio, purtroppo, è un incendio che non rispetta i confini che abbiamo tracciato per sentirci al sicuro.


Il monito di Niemöller ci ricorda che l'apatia non è mai una zona neutra, ma un terreno fertile per l'ingiustizia. Opporsi ai rigurgiti di razzismo e alle spinte autoritarie non è solo un atto di altruismo, ma il più alto gesto di auto-conservazione democratica che possiamo compiere. 


Restare umani in questi tempi difficili significa capire che la voce di uno è, in ultima istanza, l'unica vera difesa per tutti. Non aspettiamo che il silenzio intorno a noi diventi assoluto: la responsabilità inizia nel momento esatto in cui decidiamo di non voltare lo sguardo.

Spider-Man: Brand New Day, il trailer citazionista

Se non lo avete ancora fatto, recuperate il trailer di Spider-Man: Brand New Day , perché oltre a promettere l’ennesimo rilancio cinematogra...