Il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov è una delle architetture narrative più ambiziose e influenti della fantascienza del Novecento. Più che una saga, è un progetto intellettuale: un tentativo di applicare la razionalità scientifica alla storia umana, di immaginare un futuro governato non da eroi solitari ma da forze statistiche, da equazioni sociali, da una matematica del destino.
Il nucleo originario – Fondazione, Fondazione e Impero e Seconda Fondazione – nasce negli anni Quaranta e porta con sé un’idea folgorante: la psicostoria. Hari Seldon, scienziato visionario, prevede la caduta dell’Impero Galattico e progetta un piano per ridurre da trentamila a mille anni il periodo di barbarie successivo. Non c’è misticismo, non c’è provvidenza: solo calcolo probabilistico applicato a masse enormi di individui.
La forza della trilogia sta proprio qui. Asimov rinuncia quasi del tutto all’introspezione psicologica per concentrarsi su idee, strutture politiche, svolte strategiche. I personaggi entrano ed escono di scena come pedine di un grande gioco storico. Può sembrare freddo, e in parte lo è: la scrittura è asciutta, dialogica, talvolta persino didascalica. Ma l’effetto complessivo è ipnotico. Ogni “crisi Seldon” è un nodo drammatico che dimostra come il potere non risieda solo nelle armi, ma nel controllo della conoscenza, dell’economia, della religione intesa come strumento politico.
Poi arriva l’imprevisto: il Mulo. Una deviazione statistica, un individuo capace di alterare il corso previsto degli eventi. È qui che la saga acquista una tensione quasi tragica: il determinismo vacilla, l’ordine matematico mostra le sue crepe. E con la Seconda Fondazione, custode mentale e invisibile del Piano, Asimov introduce un elemento quasi metafisico, pur restando nel perimetro della razionalità scientifica.
Molti anni dopo, Asimov tornerà su questo universo con romanzi come L’orlo della Fondazione e Fondazione e Terra, ampliando la saga e collegandola al ciclo dei Robot. Qui il tono cambia: più introspezione, più avventura, un respiro cosmico ancora più ampio. L’idea di Gaia e della coscienza collettiva sposta l’asse tematico dalla previsione matematica all’evoluzione etica dell’umanità.
Letta oggi, la Fondazione può apparire meno spettacolare di molta fantascienza contemporanea, e meno emotivamente coinvolgente rispetto ad altre saghe epiche. Ma resta un’opera fondamentale per la potenza delle sue intuizioni: la ciclicità degli imperi, il rapporto tra scienza e potere, la fragilità dei sistemi complessi, l’illusione del controllo totale sulla storia.
Vale la pena, infine, accennare alla recente trasposizione televisiva Foundation, prodotta da Apple TV. La serie è solo (molto) liberamente ispirata al ciclo originale: amplia personaggi, introduce linee narrative del tutto nuove e privilegia l’epica visiva e il conflitto emotivo rispetto alla sobrietà concettuale dei romanzi. Eppure, pur prendendosi notevoli libertà rispetto al testo di Asimov, è un’opera di grande fascino visivo e ambizione narrativa, capace di restituire almeno in parte la grandiosità dell’idea di fondo: raccontare il destino di una civiltà attraverso i secoli.