sabato 14 febbraio 2026

L'algoritmo dell'odio: come Facebook ha trasformato il dibattito pubblico in una zona di guerra

Non chiamatelo più "social network". Definire Facebook una piattaforma di connessione oggi è quantomeno anacronistico, se non ipocrita. La creatura di Mark Zuckerberg si è evoluta – anzi involuta – in un gigantesco acceleratore di conflittualità, un ecosistema digitale progettato chirurgicamente non per unire le persone, ma per tenerle incollate allo schermo attraverso la leva più potente e distruttiva a nostra disposizione: la rabbia.

L'analisi dei meccanismi interni della piattaforma rivela una verità scomoda che molti sospettavano ma che i dati confermano: l'algoritmo premia spudoratamente i contenuti che generano reazioni emotive estreme. Più un post è divisivo, più scatena insulti o indignazione, più alto sarà il suo ranking e maggiore sarà la sua visibilità. In questo scenario, la sfumatura, il confronto costruttivo e la complessità vengono sistematicamente penalizzati a favore di posizioni radicali e polarizzanti. Il risultato è una società frammentata, dove il "diverso da noi" viene trasformato in un nemico da abbattere a colpi di tastiera.

La tossicità di Facebook non si ferma alla guerriglia verbale. La piattaforma è diventata il principale vettore di disinformazione su scala globale. La logica del profitto – basata sull'attenzione dell'utente – ha spesso prevalso sulla necessità di verifica dei fatti. Notizie false, teorie del complotto e notizie manipolate viaggiano a una velocità di gran lunga superiore a quella dell'informazione certificata, perché la menzogna costruita ad arte genera un engagement immediato e viscerale.

Facebook non è uno specchio neutrale della società; è un amplificatore che prende il peggio del comportamento umano e lo restituisce moltiplicato per miliardi di utenti, con conseguenze devastanti per la tenuta democratica e la salute mentale collettiva.

L'algoritmo dell'odio: come Facebook ha trasformato il dibattito pubblico in una zona di guerra

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