C’è un momento, nella vita di ogni bambino, in cui il mondo viene disegnato non come appare, ma come è. Il sole è un cerchio con i raggi tutt’intorno, anche se nella realtà non lo vediamo così. Le case sono frontali, squadrate, con il tetto a triangolo. Le persone hanno due occhi ben visibili anche quando sono di profilo. Le figure importanti sono più grandi delle altre. Non è errore. È sistema.
Poi un giorno qualcuno insegna la prospettiva. Ed è curioso che proprio qui nasca un’analogia affascinante: i disegni infantili somigliano sorprendentemente all’arte medievale. Le figure frontali e solenni dei mosaici della Basilica di San Vitale, i santi gerarchicamente più grandi dei fedeli, gli sfondi dorati senza profondità. Anche lì lo spazio non è illusione ottica: è dichiarazione di senso.
Prima di Filippo Brunelleschi e della prospettiva matematica, prima che Leon Battista Alberti teorizzasse la pittura come “finestra aperta sul mondo”, l’immagine non voleva imitare la realtà. Voleva spiegarla.
Il bambino fa la stessa cosa. Non disegna ciò che vede, ma ciò che sa. Non rappresenta l’effetto della luce, ma l’idea di una mamma, di una casa, di un albero. È una pittura concettuale, non retinica.
Viene da chiedersi — poeticamente, non scientificamente — se non esista una sorta di memoria ancestrale della rappresentazione. Ma forse la spiegazione è più semplice e insieme più profonda: l’essere umano, prima di imparare a guardare come un artista rinascimentale, guarda come un narratore.
Il Medioevo non era “incapace” di fare prospettiva. Non ne aveva bisogno. Così come il bambino non è incapace di realismo: non è ancora interessato all’illusione. Gli interessa dire chi conta, cosa è importante, cosa è sacro.
Poi arriva il Rinascimento. Arriva l’illusione perfetta dello spazio. Arriva la tridimensionalità, l’ombra, la profondità. E qualcosa si guadagna — ma qualcosa si perde. Non è un caso che artisti moderni come Paul Klee o Pablo Picasso abbiano guardato ai disegni dei bambini come a una rivelazione. Picasso diceva di aver impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino. Forse perché il bambino non finge che il mondo sia una finestra: lo dichiara simbolo.
Crescere significa imparare la prospettiva. Ma forse maturare artisticamente significa ricordarsi che non tutto deve sembrare vero per essere vero.