Non li mando a despoti e tiranni, a guerrafondai in giacca e cravatta o mimetica, a chi accende conflitti da lontano e poi parla di pace.
Nessun augurio ai fascisti vecchi e nuovi, ai neofascisti travestiti da nostalgici, ai retrogradi che chiamano “tradizione” la paura del diverso.
Niente auguri ai bigotti che predicano morale e seminano odio, a chi brandisce la fede come un manganello, a chi usa la violenza – fisica o verbale – come unico argomento.
A loro non auguro affatto un anno migliore: auguro piuttosto che il mondo migliori nonostante loro. Che vengano messi ai margini, superati, smentiti dai fatti, dalla storia e da chi continua ostinatamente a credere nei diritti, nella libertà, nella dignità umana.
A tutti gli altri, invece – a chi resiste, a chi dubita, a chi prova a restare umano – sì: un anno di lucidità, di coraggio e di memoria. Perché il futuro, quando arriverà, non sarà un regalo. Sarà una conquista.
Sono molte le cose da dimenticare di questo disgraziato 2025, ma poche quanto il lessico logoro, abusato e spesso svuotato di senso che ci siamo sorbiti ogni giorno tra media, social e chiacchiere d’occasione. Ecco quindi un primo, sommario elenco delle parole da dimenticare del 2025, prima che facciano... altri danni!
Iconico – ormai qualunque cosa lo è: una tazza, un trailer, un post su Instagram. Se tutto è iconico, niente lo è più.
Epico – anche una presentazione PowerPoint di sei slide riesce misteriosamente a esserlo.
Distopico – usato, perlopiù senza conoscerne il reale significato, per descrivere qualsiasi cosa non piaccia, dal meteo a una serie TV mediocre.
Resilienza – parola nobile, utilizzata specialmente nell'era Covid, trasformata in slogan da conferenza aziendale e post motivazionale.
Inclusivo – spesso evocato più come formula magica che come pratica reale.
Visionario – attribuito a chiunque abbia semplicemente avuto un’idea un filo diversa dal solito.
Contenuto – tutto è “contenuto”, purché stia dentro uno schermo, possibilmente senza dire nulla.
Esperienziale – applicato a cene, eventi, aperitivi e persino parcheggi.
Narrativa – tutto è diventato “una narrativa”: un’opinione, un fatto, una figuraccia. Usata soprattutto per evitare di chiamare le cose col loro nome.
TeleMeloni: Il palinsesto televisivo governativo, nel quale pluralismo significa dare a ogni corrente della maggioranza il suo quarto d'ora di gloria e becera propaganda, rigorosamente in prima serata.
Drive (2011) di Nicolas Winding Refn è uno di quei film che riescono a essere insieme eleganti e brutali, minimalisti e potentissimi. Un noir urbano immerso in una Los Angeles notturna e irreale, fatta di luci al neon, silenzi carichi di tensione e improvvise esplosioni di violenza.
Ryan Gosling costruisce un protagonista memorabile: taciturno, enigmatico, sfuggente e quasi astratto, capace di comunicare più con uno sguardo che con le parole. Attorno a lui, Refn orchestra una messa in scena rigorosa, fatta di inquadrature studiatissime, tempi dilatati e una colonna sonora synth che non accompagna semplicemente le immagini, ma le definisce, rendendo il film immediatamente riconoscibile.
Drive è cinema di atmosfera, che lavora per sottrazione e affida molto allo spettatore. La violenza, quando arriva, è secca, disturbante, mai gratuita. La storia d’amore è fragile, sospesa, più suggerita che raccontata, e proprio per questo lascia il segno.
Volendo cercare l’unica vera pecca, si può parlare di una certa lentezza, soprattutto nei passaggi più contemplativi, che potrebbe mettere alla prova chi cerca un ritmo più stringente. Ma è una lentezza voluta, che contribuisce a costruire il tono ipnotico del film.
Siamo diventati come i cani di Pavlov, ma con meno dignità e molta più ansia da prestazione digitale. Non bastava lo smartphone che strepita ogni trenta secondi per avvisarci che un bot ha messo "mi piace" a una foto di tre anni fa o che il gruppo della scuola ha prodotto l’ennesimo saggio sull'umidità in palestra.
No, abbiamo sentito l'urgenza evolutiva di legarci al polso un dispositivo elettronico che ci frusta la pelle a ogni notifica inutile, così siamo sicuri di non perderci nemmeno un secondo di questo rumore di fondo che chiamiamo vita.
È fantastico vedere la gente che interrompe discorsi, cene e momenti di rara intimità perché il polso ha vibrato: deve essere sicuramente un’emergenza internazionale, mica l’avviso che un’app di food delivery sente la nostra mancanza.
Siamo passati dall'avere il mondo in tasca all'essere al guinzaglio di un aggeggio che ci ordina pure quando respirare, perché chiaramente siamo troppo rincoglioniti per farlo da soli senza un grafico colorato che ce lo confermi.
Complimenti a tutti noi, davvero: un tempo ci si ribellava alle catene, oggi le paghiamo di buon grado diverse centinaia di euro e le carichiamo ogni santo giorno per assicurarci che non ci lascino mai in pace.
È on line una mia recensione del romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad, un classico che continua a essere citato molto più di quanto venga davvero letto e compreso.
Un testo che non concede assoluzioni, smaschera l’ipocrisia della civiltà occidentale e costringe il lettore a confrontarsi con un’idea di male tutt’altro che rassicurante.
"Onorerò il Natale nel mio cuore, e cercherò di tenermi stretto a lui tutto l'anno".
Charles Dickens
Mentre le nostre città si accendono di decorazioni e le tavole s'imbandiscono, è difficile ignorare l'ombra lunga che si stende sul nostro presente. Sarebbe facile scrivere il solito post fatto di zenzero e buoni sentimenti, ma quest'anno la retorica suona ancora più vuota, quasi offensiva di fronte al rumore delle bombe e al delirio di chi tiene in mano i fili del mondo. Il mio augurio di pace e serenità non vuole essere un invito all'oblio, ma un auspicio di risveglio collettivo.
In questo periodo è inevitabile tornare a Charles Dickens e al suo celebre Scrooge, protagonistadel suo celebre racconto Canto di Natale: Ebenezer non era solo un avaro, era un uomo che aveva sigillato il proprio cuore alla sofferenza altrui, accecato dal proprio egoismo e da una visione distorta della realtà. Ma Scrooge, almeno, ebbe il beneficio di una notte di terrore per ravvedersi e comprendere l'umanità.
Oggi guardiamo con angoscia a chi siede nelle stanze del potere, in particolare a quel criminale arancione che è tornato a infestare la Casa Bianca e, di riflesso, i nostri peggiori incubi. La speranza è che anche per i moderni pazzi e dementi al comando possa arrivare una visita degli Spiriti del Natale: quello del Passato per ricordare gli orrori generati dall'odio, quello del Presente per vedere le macerie delle guerre attuali e quello del Futuro per comprendere il giudizio implacabile che la storia riserverà loro.
Ciò che mi auguro davvero per tutti noi è che la ragione prevalga finalmente sul narcisismo distruttivo. Spero che le guerre finiscano non per sfinimento, ma per una ritrovata dignità, e che chi ha il potere di distruggere trovi, in un barlume di ravvedimento, il coraggio di fare un passo indietro. Che la nostra serenità non sia mai sinonimo di indifferenza, ma la forza di chi resta profondamente umano in tempi che sembrano aver smarrito ogni logica.
E dunque Buon Natale a chi resiste, a chi ragiona e a chi non smette di sperare in un domani libero dai fantasmi della follia globale. Spero che questo Natale porti a tutti noi la luce necessaria per scacciare le tenebre che certi personaggi vorrebbero imporci.
Dream Scenario è un film curioso, spiazzante, capace di affascinare e irritare nello stesso momento. L’idea di partenza è eccellente: un uomo qualunque che, senza alcuna spiegazione, comincia ad apparire nei sogni di milioni di persone. Una metafora potente, che gioca con la fama improvvisa, l’esposizione mediatica e il meccanismo perverso della viralità contemporanea.
La prima parte funziona molto bene. Il tono è inquieto ma anche ironico, la regia costruisce un crescendo di disagio e la sceneggiatura riesce a rendere credibile l’assurdo, trasformando l’onirico in una forma di realismo distorto. Qui il film sembra avere davvero qualcosa da dire, e lo fa con intelligenza.
Gran parte del merito è di Nicolas Cage, semplicemente straordinario. Il suo Paul Matthews è patetico, fragile, ridicolo e tragico insieme. Cage lo interpreta con misura e malinconia, scegliendo una sottrazione efficace, lontana dagli eccessi caricaturali che talvolta lo hanno contraddistinto. Anche l’aspetto fisico — dimesso, trasandato, quasi repellente — contribuisce a rendere il personaggio perfettamente coerente con la sua deriva.
Peccato però che, arrivati al finale, Dream Scenario sembri non sapere bene dove andare a parare. Il film accumula temi — colpa, responsabilità, identità, punizione collettiva — senza riuscire davvero a tirarne le fila. La conclusione appare affrettata e poco incisiva, lasciando una sensazione di trama irrisolta, come se l’opera rinunciasse proprio sul più bello a una presa di posizione chiara.
Resta quindi un film interessante, stimolante, a tratti brillante, a metà strada tra l'horror e la fantascienza, ma incompiuto. Un sogno affascinante che, al risveglio, lascia addosso più domande che emozioni davvero compiute.
Chris Rea, scomparso ieri a 74 anni, è uno di quegli artisti che non hanno mai avuto bisogno di clamore per lasciare un segno profondo. Un musicista autentico, appartato, che ha sempre messo al centro la musica suonata, la competenza tecnica, il gusto per il dettaglio e un’idea di canzone costruita con pazienza e mestiere.
La sua chitarra è immediatamente riconoscibile: un suono caldo, ruvido e insieme elegante, figlio del blues ma filtrato da una sensibilità europea, mai calligrafica. Rea non ha mai cercato la velocità o l’esibizione sterile: la sua abilità tecnica è tutta nel controllo, nel fraseggio misurato, in quella capacità rara di dire molto con poche note. Ogni assolo sembra respirare, prendersi il suo tempo, raccontare una storia senza alzare la voce.
Accanto al chitarrista, c’è il songwriter: uno che ha saputo trasformare immagini semplici come strade, viaggi, attese, malinconie, in piccoli affreschi emotivi. Le sue canzoni hanno spesso il passo lento di un’auto che scorre sull’asfalto, con lo sguardo perso tra cielo e mare, memoria e desiderio.
E poi c’è la celebre On the Beach, forse il suo brano-manifesto. Una canzone che è insieme nostalgia e sospensione, luce e ombra. Il riff iniziale, morbido e ipnotico, apre uno spazio mentale prima ancora che musicale: una spiaggia non solo fisica, ma interiore, dove il tempo sembra fermarsi e tutto diventa più fragile, più vero. È uno di quei pezzi che non invecchiano, perché non appartengono a una moda ma a uno stato d’animo.
Ricordare Chris Rea significa ricordare un’idea oggi sempre più rara di musicista: artigiano del suono, narratore discreto, interprete di emozioni adulte, mai gridate. Un artista che ha dimostrato come la bravura tecnica, quando è al servizio dell’anima e non dell’ego, possa diventare pura eleganza.
Diciamocelo chiaramente: c’è qualcosa di irresistibilmente assurdo nell’idea che, in un freddo mattino di dicembre del 1970, il Re del Rock 'n' Roll, Elvis Presley, si sia presentato senza preavviso alla Casa Bianca chiedendo udienza al Presidente Richard Nixon. Ma non solo è successo, è anche diventato il soggetto di una delle commedie più deliziose e sorprendenti degli ultimi anni: Elvis & Nixon di Liza Johnson.
Se vi aspettate un noioso dramma storico, siete fuori strada. Questo film è una brillante e arguta ricostruzione, che flirta costantemente con il surreale. Il vero colpo di genio qui sta nel casting, perché Michael Shannon e Kevin Spacey sono semplicemente incredibili.
Shannon, nei panni di un Elvis ossessionato dall'idea di "salvare l'America" e di ottenere un distintivo da agente federale, cattura perfettamente la bizzarra eccentricità del Re, regalandoci una performance che va oltre la semplice imitazione, ma scava nella solitudine e nella megalomania dell'icona.
Dall'altra parte, Spacey è un Nixon misurato, impacciato e costretto dal suo entourage ad accettare questo incontro pubblicitario, trasformando lo Studio Ovale in un ring per due titani egocentrici. La chimica tra i due è pazzesca, e il loro scontro/incontro è un balletto di ego, malintesi e battute al vetriolo che vi farà ridere di gusto.
La bellezza di Elvis & Nixon risiede proprio nella sua semplicità: il film si concentra sull'assurdità della situazione e sui minuti che hanno portato a quella famosissima foto (che, a quanto pare, è ancora la più richiesta negli archivi presidenziali). Non ci sono effetti speciali o trame contorte, ma solo l'abilità di Liza Johnson nel ricreare un'atmosfera d'epoca ricca di dettagli e un umorismo sottile e intelligente. È una satira garbata sul potere, sulla celebrità e su quanto spesso la realtà superi la fantasia.
Se state cercando per queste lunghe e fredde serate una commedia sofisticata e con interpretazioni di altissimo livello che vi lascino con un sorriso, smettete di cercare. Recuperate Elvis & Nixon stasera stessa e preparatevi a godervi questo bizzarro ma meraviglioso pezzo di storia pop americana. Non ve ne pentirete.
Natale è il momento giusto per parlare con semplicità delle cose che contano. Nel libro Doni di Natale convivono due racconti: uno ottocentesco, firmato da Evelina Cattermole, e uno contemporaneo, il mio. Due epoche diverse, lo stesso sguardo sul Natale come tempo di attesa, di mancanza e di inattesi rovesciamenti.
Nel racconto moderno, una vicenda apparentemente ordinaria prende una piega imprevista grazie a un dono che non è materiale, ma capace di rimettere in ordine legami, memorie e desideri dimenticati. Un piccolo evento che, senza proclami, cambia il modo di guardare agli altri e a se stessi.
Tranquilli: il libro è breve, si legge in una sera, non fa rumore e non pretende nulla: è un regalo discreto, pensato per chi ama un Natale intimo e narrato sottovoce, più vicino alle persone che alle vetrine.
È disponibile sia in formato cartaceo che in eBook, nei principali negozi fisici e digitali.
Cosa succede quando la Storia prende una piega oscura? E se il confine tra democrazia e autoritarismo fosse molto più sottile di quanto osiamo ammettere?
Nel mio ultimo editoriale su Libri e Parole, ho voluto analizzare la visione profetica di un gigante della letteratura: Philip Roth. Partendo dal capolavoro Il complotto contro l'America, ragiono su come Roth sia riuscito a dipingere un’ucronia inquietante: l’ascesa di Charles Lindbergh alla Casa Bianca e la scivolata di una nazione verso l'intolleranza e un regime che somoglia pericolosamente a una dittatura.
Quello compiuto dal grande scrittore non è solo un esercizio di letteratura alternativa, ma un’analisi lucida sulla fragilità intrinseca di ogni sistema democratico. Roth ci ricorda che le istituzioni non sono eterne e che il cosiddetto senso comune può sgretolarsi in un attimo. È un romanzo che, oggi più che mai, ci parla con una lucidità disarmante e direi quasi necessaria.
Cocktail (1988) rappresenta molto più di un semplice veicolo commerciale per un Tom Cruise al culmine della sua ascesa divistica; si rivela infatti un prezioso documento estetico e sociale capace di catturare l’essenza vibrante e contraddittoria di un decennio indimenticabile.
Il film scatta una fotografia nitidissima dell'America di fine anni Ottanta, dominata dal mito del "self-made man" e da un’ambizione sfrenata. Attraverso il personaggio di Brian Flanagan, la pellicola incarna perfettamente lo spirito dello yuppismo rampante: quella ricerca febbrile di una scalata sociale dove il valore personale viene misurato in dollari, abiti firmati e prestigio urbano. Nè manca una battuta su Donald Trump, all'epoca additato a esempio di imprenditore di successo.
La regia veloce e la fotografia riescono a trasmettere quell’elettricità collettiva fatta di luci al neon, musica synth-pop e la convinzione incrollabile che, con una dose sufficiente di carisma, ogni obiettivo sia raggiungibile.
Tuttavia, ridurre l'opera a una superficiale celebrazione del materialismo sarebbe un errore, poiché il vero cuore pulsante del film risiede nel conflitto tra l'apparenza e l'integrità. Oltre la patina luccicante dei bar di Manhattan, emerge una riflessione più amara sul disincanto, portata avanti magistralmente dal personaggio del mentore Doug Coughlin.
Attraverso il loro rapporto, il film mostra il lato oscuro del sogno americano: il cinismo e la solitudine che derivano dal preferire il profitto ai legami umani. Il passaggio dall'energia frenetica di New York ai ritmi più lenti della Giamaica segna una rottura fondamentale, trasformando la storia in un percorso di maturazione in cui il protagonista è costretto a scegliere tra il vendere la propria anima o costruire qualcosa di autentico.
Il film, che all'epoca ottenne un enorme successo, brilla ancora oggi per la sua capacità di mescolare la leggerezza della cultura pop con una critica non banale al prezzo del successo. Tra le spettacolari sequenze di flair bartending e una colonna sonora trascinante, la pellicola approda a un finale umano e sincero, suggerendo che il vero traguardo non sia necessariamente diventare un magnate, ma trovare il proprio posto nel mondo alle proprie condizioni.
È un "quasi cult", che merita di essere rivisto come un racconto di formazione universale, nascosto dietro il bancone di un bar.
L’ostracismo che ha colpito Kevin Spacey negli ultimi anni è diventato il simbolo di una Hollywood che ama raccontarsi come coscienza morale del mondo, ma che nella pratica reagisce spesso con riflessi pavloviani, più che con senso di giustizia. Gli studios hanno cancellato un attore dal giorno alla notte, riscrivendo film già girati, facendo sparire il suo nome dai manifesti, comportandosi come se l’eliminazione dell’opera potesse funzionare da assoluzione preventiva per le proprie ipocrisie. Non si è trattato di una riflessione collettiva sul rapporto tra arte, responsabilità e colpa, ma di una corsa a lavarsi le mani, a mettersi al riparo dal rischio reputazionale, trasformando il puritanesimo in strategia di marketing.
Il problema non è negare la gravità delle accuse o sminuire il dolore di chi denuncia, ma il meccanismo automatico della damnatio memoriae: l’idea che basti espellere un individuo dal consesso pubblico per ristabilire l’ordine morale. È un riflesso antico, che Hollywood conosce bene. Charlie Chaplin fu costretto all’esilio negli anni Cinquanta, bollato come immorale e sospetto politicamente, salvo essere riaccolto decenni dopo con un Oscar alla carriera e una standing ovation che suonava come una tardiva richiesta di perdono. Durante lo sciagurato maccartismo, Dalton Trumbo e decine di altri sceneggiatori e registi finirono nelle liste nere: lavoravano sotto pseudonimo, vincevano premi che non potevano ritirare, mentre gli studios facevano finta di non sapere, salvo poi riabilitarli quando il vento politico cambiò.
Ancora prima, negli anni Venti, la carriera di Roscoe “Fatty” Arbuckle fu distrutta da accuse sensazionalistiche rivelatesi infondate, in un clima di isteria morale alimentato dalla stampa e cavalcato dall’industria, pronta a sacrificare un idolo pur di salvare la propria immagine. Ingrid Bergman fu trattata da paria per una relazione extraconiugale: condannata dal Senato americano come “immorale”, oggi è celebrata come una delle più grandi attrici di sempre, mentre la sua “colpa” appare per quello che era, un peccato contro il perbenismo del tempo.
Il caso Spacey si inserisce in questa lunga tradizione di processi sommari, dove la complessità viene sacrificata sull’altare della rispettabilità. Hollywood non ha mai smesso di predicare virtù, ma continua a praticare l’arte dell’espulsione selettiva: prima condanna, poi – forse – riabilita, quando il rischio è passato e la memoria si è fatta più corta. È un puritanesimo che non cerca verità né giustizia, ma solo di restare dalla parte giusta della foto di gruppo. E la storia, puntualmente, si incarica di ricordarci quanto queste certezze morali siano fragili, contingenti, e spesso profondamente ipocrite.
Definire Donald Trump un tycoon, come sono soliti fare specialmente i telegiornali è una forzatura, quando non un vero e proprio errore concettuale. Il termine evoca l’idea di un imprenditore geniale, capace di costruire imperi solidi grazie a visione, competenza e risultati duraturi.
Trump, al contrario, è soprattutto l’erede di un enorme patrimonio, amministrato in modo spesso disastroso e tenuto in piedi più da uno spericolato e scaltro marketing personale che non da reali successi economici.
La sua carriera è costellata di fallimenti, bancarotte a ripetizione, evasioni fiscali, operazioni opache e salvataggi ottenuti scaricando i debiti su banche, investitori e fornitori. Se oggi il suo nome è noto, lo è più come marchio mediatico che come esempio di imprenditoria virtuosa: un personaggio televisivo che ha trasformato l’autopromozione in un business, non un capitano d’industria nel senso autentico del termine.
Chiamarlo tycoon significa confondere l’immagine con la sostanza, la narrazione con i fatti. Ed è una confusione pericolosa, perché contribuisce a legittimare il mito dell’uomo di successo dove, in realtà, c’è soprattutto un’abile costruzione propagandistica, sostenuta da privilegio, impunità e da un uso spregiudicato della menzogna.
(Ted Thai/The LIFE Picture Collection/Getty Images)
L’inizio di Ti presento i suoceri (2023), esordio cinematografico alla regia di Michael Jacobs, funziona: dialoghi frizzanti, ritmo sciolto e una serie di situazioni che fanno sorridere con naturalezza. Ci sono sprazzi di quella commedia elegante, ben oliata, che sa giocare con gli imbarazzi familiari e le eccentricità dei personaggi senza cadere nella caricatura. La premessa lascia sperare in un film leggero ma brillante, e per una buona parte sembra che le promesse possano essere mantenute.
Poi però la costruzione s’inceppa. La trama si sfilaccia, l’umorismo perde mordente e l’insieme deraglia verso l’inconsistenza, smarrendo ritmo e curiosità. Quello che nasceva come gioco vivace diventa progressivamente prevedibile, quasi svogliato, trascinandosi verso un finale più stanco che compiuto.
I protagonisti, in particolare Richard Gere e Susan Sarandon, fanno ciò che possono: affiatati, eleganti, dotati di una chimica indiscutibile, cercano in vari momenti di dare corpo e sostanza a un racconto che procede per inerzia. Il loro mestiere si vede e in alcuni passaggi riesce persino a illuminare la scena. Ma non è sufficiente. Nè riescono a fare miracoli Diane Keaton (qui in uno dei suoi ultimi ruoli) e William H. Macy.
Insomma, Ti presento i suoceri è il classico film che parte bene e poi, come dire, evapora, lasciando allo spettatore la sensazione che dalle premesse, e dagli interpreti, si potesse pretendere molto di più.
Il commento di Donald Trump sulla morte di Rob Reiner non è soltanto inappropriato: è una prova di miseria umana rara persino per i suoi, già miserabili standard. Davanti alla scomparsa di una persona reale, con una storia, degli affetti, un percorso artistico e civile, il "presidente pazzo" Trump sceglie deliberatamente di sputare veleno, riducendo la morte a un pretesto per l’autocompiacimento e la vendetta personale. È un gesto che non ha nulla di politico: è puro cinismo disumano.
Colpisce soprattutto la codardia dell’atto. Trump non affronta mai i vivi sul piano delle idee; preferisce infierire sui morti, che non possono rispondere. È il comportamento di chi confonde la forza con la crudeltà, l’arroganza con il coraggio, l’insulto con la leadership. Non c’è traccia di ironia, né di durezza “alla vecchia maniera”: solo volgarità e risentimento, esibiti come trofei davanti al proprio pubblico.
Questo episodio mostra, ancora una volta, che Trump non è semplicemente un uomo divisivo, ma qualcuno che non riconosce più alcun confine morale: nemmeno quello che, in ogni società minimamente civile, separa il conflitto dall’oltraggio, la polemica dal disprezzo per la morte. È una piccolezza che non offende solo la memoria di Reiner, ma degrada chi la pronuncia e chi applaude.
Con Autopsy (The Autopsy of Jane Doe),André Øvredal si conferma come una delle voci più originali dell’horror contemporaneo. In questo film, il regista norvegese mostra già quella padronanza del ritmo, dello spazio e dell’atmosfera che in seguito ritroveremo nel recente The Last Vojage of the Demeter, opera più ambiziosa, nella quale Øvredal ha saputo dare prova della stessa abilità nel costruire tensione e inquietudine su larga scala.
Autopsy resta però una gemma a sé: un horror intimo, quasi teatrale, costruito su un senso di claustrofobia e di mistero che cresce con ostinata lentezza. L’obitorio diventa un palcoscenico dell’irreparabile, un luogo in cui ogni dettaglio — un rumore metallico, una sutura che sembra troppo fresca, una luce fredda che scivola sulla pelle — concorre a un’atmosfera di sospensione continua. Øvredal non cerca lo spavento facile: scolpisce la paura nell’attesa, nei silenzi, nei piccoli gesti che diventano presagi.
Il cast funziona alla perfezione, calibrato sul tono asciutto e teso del racconto, e permette alla regia di lavorare in sottrazione, come un anatomopatologo che conosce il valore del minimo segno. Il risultato è un horror elegante, preciso, sorprendentemente maturo: un film che anticipa e illumina il percorso di Øvredal, mostrando già quella cura maniacale per l’atmosfera che farà grande anche Demeter.
C’è un filo nero che unisce le destre sovraniste di mezzo mondo: il negazionismo climatico. Un misto di ignoranza, cinismo politico e miope calcolo elettorale che continua a minimizzare, distorcere o ridicolizzare quella che è la più grande emergenza del nostro tempo.
E in prima fila, come sempre, c’è il solito Trump, che con il suo repertorio di bugie, complottismi e slogan vuoti ha ormai trasformato l’attacco alla scienza in un marchio di fabbrica.
Il problema è che questa ostinata cecità non resta confinata nei comizi o nei tweet. Produce danni reali. Danni enormi. Perché ogni volta che un governo sovranista smantella politiche ambientali, taglia investimenti sulle energie rinnovabili, riabilita carbone e petrolio, o semplicemente nega l’evidenza, il pianeta paga il prezzo. E lo paga subito: ondate di calore estreme, incendi devastanti, alluvioni sempre più frequenti, intere regioni destinate a diventare inabitabili.
Trump e i suoi emuli europei non stanno solo prendendo una posizione politica: stanno mettendo a rischio il futuro di tutti. Preferiscono inseguire nostalgie industriali e rassicurare lobby potentissime piuttosto che affrontare la realtà. E il risultato è un mondo più instabile, più fragile, più ingiusto: un mondo dove i più vulnerabili saranno i primi a cadere.
Denunciare questo negazionismo non è più una scelta: è un dovere civile. Perché dietro ogni slogan sovranista contro la fantomatica “dittatura green” si nasconde un domani più nero. E perché la verità, per quanto scomoda, è già qui: il cambiamento climatico non aspetta le elezioni, non fa prigionieri e non perdona la stupidità del potere.