Da anni analisti, commentatori e governi continuano a commettere lo stesso imperdonabile errore: interpretare ogni gesto di Donald Trump come parte di una strategia razionale, coerente, magari brutale ma lucida. È un’illusione pericolosa. Significa partire dal presupposto di avere di fronte un presidente all’altezza della carica che ricopre. Ma non è così.
Le guerre illegali intraprese, minacciate o incoraggiate, i dazi imposti in modo demenziale, usati come arma di ricatto personale o di ripicca politica, le continue dichiarazioni contraddittorie, gli insulti agli alleati storici: tutto questo non risponde a una visione geopolitica strutturata. È il prodotto di un ego smisurato, impulsivo, ossessionato dal consenso immediato e incapace di distinguere tra interesse nazionale e interesse personale.
Continuare a cercare un'improbabile logica nascosta dietro ogni provocazione trumpiana rischia di anestetizzare la realtà. Non siamo davanti a un cinico statista che muove pezzi su una scacchiera mondiale. Siamo davanti a un leader imprevedibile, spesso vendicativo, che utilizza il potere della prima potenza mondiale come fosse un’estensione del proprio carattere e dei propri rancori.
E negare il suo evidente decadimento mentale — fermo restando che Trump non ha mai brillato per acume, cultura o eleganza — significa mistificare la realtà, proprio come lui stesso ha sempre fatto. Fingere che ogni sua uscita sia il frutto di una raffinata strategia politica vuol dire contribuire alla narrazione tossica che lo circonda, trasformando l’irrazionalità in presunta genialità tattica. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più inquietante.
