Donald Trump festeggia, si autoproclama vincitore di una guerra insensata e distribuisce medaglie immaginarie come un imperatore romano in cerca di applausi. Peccato che la sua presunta “vittoria” sull'Iran assomigli sempre più a una trovata propagandistica che a un successo reale.
Dopo aver contribuito negli anni a demolire gli accordi che avevano almeno contenuto il problema nucleare iraniano, Trump ha scelto la strada dello scontro, ha alimentato una crisi che non sarebbe mai dovuta esistere e ora pretende di essere celebrato come il pompiere che ha spento l'incendio dopo aver giocato con i fiammiferi. Molti degli obiettivi dichiarati all'inizio del conflitto — dalla fine del programma nucleare iraniano al ridimensionamento definitivo del regime — appaiono tutt'altro che raggiunti.
Ancora più curioso è che Washington e Teheran sembrino spesso raccontare due storie diverse sugli accordi raggiunti, mentre lo stesso Trump continua ad annunciare intese imminenti, svolte decisive e trionfi storici che vengono regolarmente smentiti o ridimensionati dai fatti e dagli stessi interlocutori iraniani.
La scena ricorda irresistibilmente il celebre "Mission Accomplished" di George W. Bush: molta enfasi, molte bandiere, molta retorica patriottica e una realtà assai meno gloriosa. Persino diversi osservatori hanno sottolineato che l'Iran è ancora lì, il regime non è crollato e molte delle questioni che avrebbero dovuto essere risolte restano aperte.
Ma Trump ha bisogno di una vittoria da esibire. E così una guerra inutile, nata dalle conseguenze delle sue stesse deliranti decisioni influenzate dall'alleato "burattinaio" Benjamin Netanyahu, viene trasformata nell'ennesimo spettacolo mediatico, dove la narrazione conta più dei risultati. Il problema è che la realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.
