Il Macbeth di Justin Kurzel del 2015 è un’opera che non si limita a trasporre Shakespeare, ma lo rilegge attraverso una lente viscerale e brutale, trasformando la tragedia del Bardo in un incubo di fango, sangue e nebbia. Laddove altri adattamenti hanno cercato la pulizia del palcoscenico, Kurzel sceglie la sporcizia della Storia, regalando una pellicola dal tono cupo e opprimente che cattura perfettamente la discesa agli inferi dei suoi protagonisti.
Il punto di forza immediato è la fotografia di Adam Arkapaw. Ogni fotogramma sembra un quadro fiammingo sporcato dal realismo sporco delle Highlands. L’uso dei colori è magistrale: il grigio perenne della Scozia viene squarciato da un rosso rubino quasi soprannaturale nelle scene di battaglia e nel finale visionario, dove il fumo e le ceneri sostituiscono la classica foresta di Birnam che avanza.
I dialoghi, pur mantenendo la metrica e la potenza del testo originale, beneficiano di una direzione che privilegia il sussurro e l’intimità, rendendo le congiure tra Macbeth e sua moglie ancora più disturbanti. Non c'è la declamazione teatrale classica, ma una recitazione naturalistica che rende le parole di Shakespeare sorprendentemente moderne e taglienti.
Michael Fassbender offre una delle sue migliori prove attoriali. Il suo Macbeth non è solo un uomo ambizioso, ma un soldato affetto da stress post-traumatico (scelta registica brillante quella di aprire il film con il funerale di un figlio), la cui fragilità mentale viene manipolata dal destino. Al suo fianco, Marion Cotillard è una Lady Macbeth glaciale e tragica allo stesso tempo. La sua interpretazione del monologo "Out, damned spot!" è di una sottigliezza rara: non c'è urlo, ma un vuoto esistenziale che gela il sangue.
Il confronto con il recente The Tragedy of Macbeth di Joel Coen (2021) è impietoso. Come giustamente sottolineato nella tua analisi, il film di Coen finisce per affondare sotto il peso della sua stessa estetica. Se Coen si rinchiude in un bianco e nero espressionista, asettico e fin troppo studiato a tavolino — quasi un esercizio di stile che trasforma la Scozia in un set astratto e privo di anima — Kurzel fa l'esatto opposto.
Mentre il film di Coen risulta un'operazione fredda, un "teatro filmato" che non riesce mai a graffiare, il Macbeth di Kurzel è vivo, pulsante e carnale. Coen sceglie la geometria e la forma; Kurzel sceglie il caos e il sentimento. La versione del 2015 riesce a far sentire allo spettatore il freddo delle ossa e il peso della corona, elementi che nel minimalismo fallimentare di Coen evaporano, lasciando solo una stucchevole confezione vuota.
In conclusione, il film di Kurzel rimane ad oggi il miglior adattamento contemporaneo della "tragedia scozzese", capace di rispettare la parola originale pur reinventandola in un'esperienza cinematografica totale e viscerale.



