Donald Trump ha firmato l'accordo con l'Iran con il consueto repertorio di ridicoli e roboanti superlativi: successo storico, trionfo della pace, prova definitiva del suo genio negoziale. Mancava soltanto la proclamazione di una nuova festività nazionale e l'incisione del memorandum sul Monte Rushmore.
Poi, però, è arrivato il piccolo inconveniente del testo. E qui la faccenda si complica. Perché l'impressione è che qualcuno abbia dimenticato di avvertire Teheran che avrebbe dovuto perdere. L'Iran ottiene l'alleggerimento, se non la cancellazione totale delle sanzioni, un risarcimento di 300 miliardi di dollari, il recupero di fondi congelati, la riapertura delle rotte commerciali e garanzie sulla non interferenza americana. In cambio promette, ancora una volta, di non costruire armi nucleari. Una promessa che vale più o meno quanto quelle di un giocatore d'azzardo all'uscita del casinò: "È l'ultima volta".
La domanda inevitabile è semplice: dopo mesi di minacce, ultimatum, bombardamenti e dichiarazioni roboanti, che cosa hanno ottenuto realmente gli Stati Uniti? La risposta sembra essere: una lunga lista di problemi rimandati a future trattative. I nodi centrali – programma nucleare, missili balistici, cambio di regime iraniano – vengono infatti spostati in avanti, come la polvere nascosta sotto il tappeto durante le visite degli ospiti. Insomma, una sconfitta totale.
Naturalmente Trump non ha mancato di presentarla come una vittoria epocale. Del resto è lo stesso uomo che prima minacciava di mettere in ginocchio l'Iran e poi festeggia un accordo che assomiglia sempre più a un compromesso raggiunto dopo aver scoperto che mettere in ginocchio l'Iran era un po' più difficile del previsto.
Il danno, però, non riguarda soltanto Washington. L'intero Occidente esce da questa vicenda con un'immagine di debolezza e incoerenza. Prima si proclama la necessità di fermare una minaccia esistenziale, poi si firma un'intesa che lascia aperte proprio le questioni considerate più pericolose. È come chiamare i vigili del fuoco per un incendio e festeggiare perché le fiamme hanno accettato di bruciare più lentamente.
Forse l'accordo definitivo sarà diverso. Forse le bozze trapelate raccontano solo una parte della storia. Ma se il testo dovesse essere confermato, la cosiddetta "pace di Trump" rischia di entrare nei manuali di storia come uno straordinario capolavoro diplomatico. Della Repubblica Islamica.
E, per una volta, persino gli ayatollah potrebbero essere tentati di ringraziare il presidente americano per il prezioso contributo.
