domenica 4 gennaio 2026

Petrolio, propaganda e paura: perché Trump ha attaccato il Venezuela


L’aggressione al Venezuela illegalmente compiuta da Trump non nasce da un improvviso rigurgito di interesse per la democrazia, né da una folgorazione umanitaria. Nasce, più banalmente e più amaramente, da ciò che ha sempre mosso Donald Trump: il tornaconto personale, l’istinto predatorio, la necessità di trasformare ogni crisi in un affare e ogni nemico in un diversivo.

Il Venezuela è un bersaglio perfetto. È ricco di petrolio, isolato, demonizzato da anni da una narrazione occidentale pigra e manichea. Un Paese che può essere ridotto a slogan — “dittatura”, “regime”, “minaccia”, "narcotrafficante" — e quindi sacrificato senza troppi scrupoli sull’altare di una politica estera rozza, muscolare, costruita per i titoli e non per la stabilità. Trump non ha mai nascosto di considerare le relazioni internazionali come una trattativa immobiliare: territori da valorizzare, governi da piegare, risorse da estrarre. Il Venezuela, in questo schema, non è una nazione ma un giacimento.

C’è poi la motivazione interna, forse la più decisiva. Trump ha sempre avuto bisogno di un nemico esterno per coprire il vuoto di una visione politica coerente. L’aggressione serve a compattare il consenso, a spostare l’attenzione da fallimenti, scandali, crisi economiche e fratture sociali. La guerra — o la sua minaccia — come strumento di propaganda: vecchia, sporca, efficacissima. Poco importa se a pagare il prezzo sono civili, equilibri regionali, il diritto internazionale ridotto a carta straccia.

Ma c’è un livello ancora più oscuro, che rende il quadro davvero amaro: la paura. Una paura personale, concreta, che ha un nome preciso e ingombrante, gli Epstein Files. Trump sa che certi archivi non sono solo carta: sono mine antiuomo piazzate sotto il potere. Nomi, frequentazioni, silenzi comprati, complicità mai chiarite. Un mondo in cui Trump non è stato un semplice spettatore, e che potrebbe ancora presentare il conto.

In questa luce, l’aggressione al Venezuela appare anche come una fuga in avanti. Alzare il livello dello scontro, occupare lo spazio mediatico, creare caos per rendere tutto il resto secondario, confuso, rinviabile. Quando l’aria si fa irrespirabile, la strategia è sempre la stessa: costruire un’emergenza più grande. La guerra come cortina fumogena. Il nemico esterno come antidoto preventivo alla verità.

Non è una novità. Ogni volta che il cerchio si stringe — indagini, documenti, testimonianze — ecco l’escalation, la dichiarazione incendiaria, l’atto di forza. Non per difendere un principio, ma per guadagnare tempo. Per spostare il baricentro della discussione. Per costringere media e opinione pubblica a guardare altrove.

Il Venezuela diventa così una pedina sacrificabile, uno schermo lontano su cui proiettare ombre private e interessi spudorati. Meglio un conflitto internazionale che un fascicolo giudiziario. Meglio il fragore delle armi che il silenzio di una stanza in cui qualcuno legge nomi e collega fatti.

L’amarezza sta tutta qui: non siamo di fronte a un errore o a un incidente della storia, ma a una scelta consapevole. Petrolio, consenso interno, ego e paura personale si intrecciano in una politica estera ridotta a istinto e sopravvivenza. Una politica che non governa, ma reagisce. Che non costruisce, ma distrugge.

E ancora una volta, a pagare non sono quelli che decidono, ma quelli che subiscono. Un Paese trasformato in teatro, un popolo ridotto a comparsa, mentre un uomo tenta di sfuggire ai propri fantasmi incendiando il mondo.

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