venerdì 9 gennaio 2026

L'assassinio di Renee Nicole Good

Quello che è avvenuto a Minneapolis è inaccettabile e barbaro: una donna di 37 anni, Renee Nicole Good, cittadina americana e madre di tre figli, è stata uccisa a sangue freddo da un agente federale dell’ICE durante un’operazione nel cuore della città. Non si tratta di un tragico incidente isolato: è l’ennesimo atto di violenza di uno Stato che risponde alla paura con proiettili e militarizzazione. 

Eppure, mentre la comunità piange e migliaia di persone in tutti gli USA scendono in piazza per chiedere verità e giustizia, il vicepresidente degli Stati Uniti Vance e Donald Trump difendono a spada tratta l’agente assassino, sostenendo che abbia agito per autodifesa e addirittura incolpando la vittima, bollata come parte di un presunto “movimento estremista” o vittima della “ideologia di sinistra”.

Come si può accettare che chi ha premuto il grilletto venga protetto da immunità assoluta e giustificato da chi ha la responsabilità di guidare il Paese? Come si può tollerare che la morte di una donna — madre, figlia, persona — sia trasformata in propaganda politica, strumentalizzata per alimentare paura e divisione?

Questa non è una mera discussione sui dettagli procedurali di un’indagine, questa è una crisi morale a questo punto forse irreversibile. È la conferma tragica che un’amministrazione e il suo seguito preferiscono coprire chi spara e uccide piuttosto che assumersi la responsabilità di ripristinare il rispetto della vita umana. È un segnale pericoloso: la violenza statale non solo diventa tollerata, ma viene incoraggiata e difesa.

L’assassinio di Minneapolis va condannato senza esitazioni. Con altrettanta fermezza va respinta la vergognosa difesa ideologica dell’agente assassino da parte di Trump e Vance. Non c’è giustificazione che tenga per la perdita di una vita innocente, e la memoria di Renee Good merita verità, giustizia e responsabilità, non coperture politiche.


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