Il protagonista, il celebre Uomo del sottosuolo, non è un eroe e neppure un antieroe in senso classico: è un individuo marginale, isolato, contraddittorio, incapace di inserirsi nel mondo eppure ossessionato da esso. Oscilla tra orgoglio smisurato e umiliazione, tra il desiderio di superiorità e la sensazione costante di fallimento. In lui Dostoevskij mette in scena la nascita dell’uomo moderno, scisso e tormentato, lontano dalle figure armoniose che popolavano i romanzi del secolo precedente.
La modernità dell’opera si manifesta anche nella forma: frammentaria, discontinua, quasi priva di una vera trama, dominata piuttosto da un incessante flusso di pensieri e contraddizioni. In questo senso Memorie dal sottosuolo anticipa tecniche che diventeranno centrali nella narrativa del Novecento, dal flusso di coscienza di Joyce alle inquietudini kafkiane.
Ma ciò che colpisce di più è l’approfondimento psicologico. L’Uomo del sottosuolo si analizza senza tregua, mette a nudo pulsioni e pensieri che solitamente restano nascosti: il piacere della sofferenza, il gusto per l’umiliazione, la ribellione irrazionale contro la logica e il buon senso. Dostoevskij scava nei recessi della psiche umana con un’acutezza che anticipa l’indagine psicoanalitica di Freud, mostrando come l’uomo non sia mai riducibile a schemi razionali o a calcoli utilitaristici.
Il romanzo è infatti anche una polemica contro l’ottimismo razionalista e le utopie sociali del tempo: l’idea che la felicità potesse essere costruita solo su basi logiche e matematiche viene smontata pezzo per pezzo. L’Uomo del sottosuolo rivendica l’imprevedibilità, l’irrazionalità e perfino l’autodistruzione come tratti costitutivi dell’essere umano.
A distanza di più di un secolo e mezzo, il libro mantiene intatta la sua forza dirompente. L’Uomo del sottosuolo, con la sua rabbia impotente, il suo isolamento e la sua incapacità di vivere relazioni autentiche, assomiglia sorprendentemente a molti individui di oggi, alienati e divisi tra desiderio di libertà e paura del mondo. Non sorprende che Memorie dal sottosuolo venga considerato un testo che anticipa l’esistenzialismo di Sartre e Camus, oltre a dialogare idealmente con la psicoanalisi novecentesca.
Non è una lettura facile né consolatoria: non ci offre redenzione né risposte semplici, ma ci mette davanti a uno specchio scomodo, costringendoci a guardare le zone d’ombra che spesso preferiamo ignorare. Proprio per questo, però, resta un’opera necessaria, che continua a parlarci con urgenza e modernità, interrogandoci sul mistero più insondabile di tutti: l’animo umano.
L’edizione BUR Rizzoli, oltre a un’ottima traduzione, vanta un’eccellente prefazione firmata da Alberto Moravia.
