Parafrasando il trito luogo comune della scomparsa delle mezze stagioni, viene spontaneo osservare che sembra aver fatto il suo tempo anche la cosiddetta “canzone dell'estate”. Ci riferiamo al brano musicale che, all'approssimarsi della bella stagione, trasmesso per radio, risuonava poi nei bar e sulle spiagge di tutta Italia.
Questo accadeva in virtù della capillare rete di juke-box presenti fino a qualche anno nei principali esercizi pubblici dediti alla ristorazione.
Oggi, com'è noto, i juke-box sono entrati a far parte di diritto della folta schiera di apparecchi obsoleti, i cosiddetti dead media, per usare un’espressione cara all'amico Bruce Sterling, superati dalle nuove tecnologie e soprattutto da differenti modi di ascoltare la musica, impensabili solo pochi anni fa. Con l'avvento dei primi riproduttori stereo portatili – il celeberrimo Walkman in primis, introdotto con grande acume e lungimiranza dalla Sony di Akio Morita alla fine degli anni '70 e dell'iPod di Steve Jobs in seguito – l'ascolto della musica da fenomeno aggregativo e comunitario è divenuta un'esperienza personale, privata.
Anche la rassegna canora itinerante del Festivalbar, momento conclusivo della saga a 45 giri delle canzoni estive, è stato ingloriosamente soppresso. Ma è l'intero mondo della musica che ha subito cambiamenti radicali, coincisi con la scomparsa del supporto fisico – dischi in vinile, musicassette e CD – e, per converso, l'inarrestabile, e per certi versa incorporea, diffusione degli mp3.
Non solo. Il concetto stesso di possesso dell'opera musicale sembra in via di superamento, o destinato all'obsolescenza: le nuove generazioni di ascoltatori preferiscono poter accedere alla musica preferita, onde poterla ascoltare in streaming (wi-fi o cellulare), piuttosto che possedere materialmente l'album, il brano o il videoclip dell'artista preferito.
Sono lontani i tempi in cui le etichette discografiche facevano a gara per realizzare album con grafiche e design particolari, dall'involucro alla busta del disco, fino al tipo di vinile utilizzato, colorato e personalizzato al fine di trasformare il disco in oggetto di collezionismo. Le nuove generazioni di ascoltatori oggi, forse più prosaicamente o, a seconda dei punti di vista, più realisticamente, sembrano badare solo alla “sostanza”, ossia alla musica tout court.
D'altro canto è anche vero che il disco in vinile, dato per spacciato forse troppo in fretta, sta conoscendo un interessante revival, sia pure circoscritto a una elite di raffinati nostalgici, cultori del vecchio suono analogico, a loro detta più caldo e morbido del “freddo” suono digitale dei compact disc, per non parlare degli mp3, formato considerato dagli audiofili alla stregua di spazzatura sonora.
Naturalmente l'industria del disco, agonizzante ma pur sempre combattiva e decisa a spremere fino in fondo i suoi clienti, non poteva restare indifferente davanti all'inaspettata ricomparsa del vinile. Infatti, se all'inizio il fenomeno riguardava solo le ristampe prodotte in edizioni limitate da piccole etichette alternative, dalle dimensioni quasi artigianali, da qualche tempo le major hanno ripreso a stampare gli album dei loro artisti di punta anche su vinile.
Corsi e ricorsi, come osservava circa tre secoli fa un pensatore più che illuminato, il grande Giambattista Vico.

