giovedì 29 gennaio 2026

I giorni del cielo, il capolavoro di Terrence Malick

Terrence Malick realizza con I giorni del cielo un’opera di una bellezza quasi insostenibile, un miracolo cinematografico che trascende la semplice narrazione per farsi pura poesia visiva. 

Il film è un’esperienza sensoriale avvolgente, capace di catturare l’essenza di un’America rurale e mitica attraverso una narrazione rarefatta e profondamente ispirata. 


Al centro di questo incanto si trova la fotografia leggendaria di Néstor Almendros e Haskell Wexler, che, sfruttando quasi esclusivamente la "magic hour", regala inquadrature che sembrano dipinti di Hopper o Wyeth riportati in vita: ogni campo di grano dorato e ogni tramonto infuocato diventano testimoni silenziosi di un dramma umano universale.


La forza del film risiede anche nel perfetto equilibrio tra l’immensità della natura e l’intimità dei sentimenti, sorretta da interpreti in stato di grazia. Un giovane Richard Gere, insieme a Brooke Adams e Sam Shepard, infondono ai loro personaggi una malinconia magnetica e una vulnerabilità struggente, muovendosi con naturalezza in un mondo che sembra sospeso nel tempo. 


La colonna sonora del nostro Ennio Morricone corona il tutto, tessendo un ordito sonoro che esalta ogni emozione senza mai sovrastarla. 


È un film che non si limita a essere guardato, ma va respirato; un capolavoro senza tempo che ricorda quanto il cinema possa essere un’arte sublime e profondamente spirituale.




Springsteen, Minneapolis e il silenzio che non possiamo permetterci

Bruce Springsteen ha appena pubblicato una canzone dedicata agli omicidi commessi dall’ICE a Minneapolis. Non è un gesto simbolico, né una presa di posizione generica: è un atto di accusa diretto, una presa di parola necessaria in un momento in cui troppi preferiscono voltarsi dall’altra parte.

Springsteen torna a fare quello che ha sempre saputo fare meglio: dare voce a chi non ce l’ha, raccontare l’America quando smette di raccontarsi favole e mostra il suo volto più brutale. La sua è una canzone che parla di violenza di Stato, di abuso di potere, di vite spezzate in nome di una politica che ha ormai perso ogni parvenza di umanità.

In tempi di propaganda, menzogne e complicità imbarazzate, fa impressione constatare come spesso siano gli artisti — non i politici — a dire le cose più semplici e più vere.

Qui il video ufficiale su YouTube.

Ascoltatela. E ricordate che il silenzio, in casi come questi, non è mai neutrale.

mercoledì 28 gennaio 2026

Jack Kirby l'aveva previsto: Trump e il caos come strategia

I fatti di Minneapolis sembrano usciti direttamente da uno degli incubi politici più lucidi del fumetto americano: il ciclo “Mad Bomb” creato da Jack Kirby nel 1976 per Captain America. In quella storia, un’arma invisibile diffonde paranoia e violenza di massa, trasformando cittadini comuni in una folla isterica e incontrollabile, mentre il potere osserva — e sfrutta — il collasso sociale. Non è solo fantascienza: è una metafora brutale di come il caos possa essere deliberatamente innescato per giustificare svolte autoritarie.

Da settimane, anzi da anni, il “presidente pazzo” Donald Trump sembra fare una sola cosa con impressionante coerenza: soffiare sul fuoco. Ogni crisi viene amplificata, ogni tensione trasformata in prova di un complotto, ogni episodio di violenza piegato a una narrazione di guerra civile imminente. Non solo negli Stati Uniti, ma anche all’estero, dove le sue parole e le sue mosse continuano a destabilizzare equilibri già fragili.

A questo punto una domanda non è più paranoica, ma doverosa: e se il caos fosse lo scopo, non un effetto collaterale?

In una democrazia normale, il disordine è un problema da ridurre. In una democrazia che qualcuno vuole svuotare dall’interno, il disordine diventa invece uno strumento politico. Più le strade sono in fiamme, più le istituzioni appaiono impotenti, più diventa facile invocare “misure straordinarie”. E sappiamo bene come queste storie finiscono: coprifuoco, esercito nelle città, sospensione delle garanzie costituzionali, e infine la parola magica che cancella tutto il resto: legge marziale.

Trump lavora da tempo su questo immaginario. Dipinge gli Stati Uniti come un paese “invaso”, “fuori controllo”, “sull’orlo dell’anarchia”. Non importa che i dati lo smentiscano: ciò che conta è creare una percezione di emergenza permanente. Perché in uno stato di emergenza, le persone accettano cose che in tempi normali rifiuterebbero con orrore. È esattamente la dinamica raccontata da Kirby: prima si semina il panico, poi ci si offre come unica possibile salvezza.

Un esempio clamoroso di come questo caos venga prodotto dall’alto è l’azione della famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane. Sotto l’amministrazione Trump, l’ICE è stata al centro di numerosi contesti di uso eccessivo della forza e abusi sistematici, fino agli omicidi commessi a Minneapolis da parte di agenti o affiliati ICE durante operazioni di polizia di frontiera, che hanno scatenato proteste nazionali (e non solo) e richieste di abolizione dell’agenzia stessa.

Non si tratta di incidenti isolati. Rapporti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani hanno documentato condizioni disumane nei centri di detenzione, deaths in custody, negligenza medica, separazioni familiari traumatiche e violazioni dei diritti fondamentali. Persone detenute senza aver commesso reati penali, cittadini americani arrestati come immigrati clandestini: storie che non solo alimentano l’idea di un’America senza legge, ma che servono attivamente a giustificare sempre nuovi poteri straordinari.

Il passo successivo è quasi scritto: se il paese è nel caos, come si possono tenere elezioni sicure? Se le città sono ingovernabili, come si può permettere al “nemico interno” di votare? Così il voto, cuore della democrazia, diventa improvvisamente un lusso rinviabile.

Sembra uno scenario estremo? Forse. Ma fino a pochi anni fa sembrava estremo anche l’assalto al Congresso, o un presidente che rifiuta di riconoscere una sconfitta elettorale. Trump ha già dimostrato di non riconoscere alcun limite, se non quello della propria convenienza.

Per questo il sospetto non è solo legittimo, ma necessario: Trump non sta reagendo al caos. Lo sta coltivando. E quando strumenti come l’ICE — ufficialmente pensati per applicare la legge — finiscono per produrre paura, abuso e instabilità, allora lo scenario di Kirby smette di sembrare una distopia a fumetti e appare per ciò che è sempre stato: un avvertimento.





martedì 27 gennaio 2026

Addio a Sal Buscema

Il 23 gennaio se n'è andato, alla vigilia dei 90 anni, anche Sal Buscema, uno di quei nomi che forse non facevano rumore quanto le superstar da copertina, ma senza i quali il fumetto americano – quello vero, popolare, seriale – non sarebbe stato lo stesso.

Sal Buscema è stato un artigiano straordinario, un disegnatore capace di sostenere una serie per anni senza mai perdere chiarezza, ritmo, solidità narrativa. Un autore che metteva il racconto davanti a tutto, che sapeva far “recitare” i personaggi con il corpo prima ancora che con i dialoghi. Linee pulite, composizioni leggibili, azione sempre comprensibile: quando c’era Buscema alle matite, la storia scorreva.

Fratello del leggendario John, Sal ha avuto una carriera forse meno celebrata, ma immensa. È stato l’uomo di fiducia della Marvel nei momenti cruciali: The Spectacular Spider-Man, The Incredible Hulk, Thor, The Avengers, Captain America. Se un personaggio doveva funzionare mese dopo mese, Sal Buscema era la garanzia. Nessun virtuosismo gratuito, nessuna posa fine a se stessa: solo fumetto fatto come si deve.

Indimenticabile il suo Hulk, potente e tragico, un gigante sempre sull’orlo della frattura. E il suo Spider-Man, dinamico senza essere confuso, umano anche quando volava tra i grattacieli. Buscema capiva una cosa fondamentale: il supereroe non è solo spettacolo, è continuità, è tempo, è abitudine condivisa con il lettore. Per non parlare della sua meravigliosa gestione di Capitan America, raffigurato con tratto elegante e dinamico negli anni del Watergate.

In un’epoca in cui spesso si confonde il talento con l’effetto speciale, Sal Buscema rappresenta una lezione preziosa: si può essere grandi senza urlare, fondamentali senza essere alla moda.

Un maestro silenzioso, un pilastro della Marvel classica, un autore che ha fatto crescere generazioni di lettori senza mai chiedere nulla in cambio, se non di voltare pagina.

Grazie di tutto, Sal. E buon viaggio, ovunque tu stia disegnando adesso.


















Around the Sun, un album dei R.E.M. da riscoprire


Spesso liquidato dai soliti detrattori come l’anatroccolo zoppo della discografia dei R.E.M., l'album Around the Sun merita invece una riscoperta attenta, spogliata dai pregiudizi dell'epoca. È un album crepuscolare, una lunga passeggiata riflessiva in una città bagnata dalla pioggia, dove la band di Athens abbandona le asperità rock per abbracciare una malinconia matura ed estremamente curata.

La voce di Michael Stipe è qui in uno stato di grazia assoluta: calda, vicina, quasi sussurrata all'orecchio dell'ascoltatore, capace di trasformare anche i brani più politici in confessioni intime e vulnerabili.

Non solo: il disco brilla per le sue tessiture sonore soffuse, fatte di tastiere avvolgenti e chitarre acustiche che creano un'atmosfera sospesa, quasi onirica. Brani come Leaving New York sono autentici gioielli di scrittura pop-rock, capaci di evocare quel senso di nostalgia universale che solo i grandi sanno maneggiare senza cadere nel banale.

C'è una coerenza stilistica innegabile in tutto il lavoro, un ritmo disteso che invita a rallentare e ad ascoltare davvero, rendendolo il compagno perfetto per quei momenti in cui si cerca conforto piuttosto che adrenalina. Se al momento della sua uscita nel 2004 sembrò ad alcuni troppo statico, oggi Around the Sun rivela la sua vera natura di album solido e profondamente umano, una gemma sottovalutata che brilla di una luce propria, sobria ed elegante.



domenica 25 gennaio 2026

I’m your man: L'amore al tempo degli algoritmi

I’m Your Man di Maria Schrader è una boccata d'aria fresca nel panorama del cinema europeo contemporaneo, una pellicola che affronta il tema dell'intelligenza artificiale con una grazia e un'ironia fuori dal comune. Sebbene si tratti a tutti gli effetti di un film di fantascienza, lo fa in modo estremamente atipico: dimenticate esplosioni, laboratori ipertecnologici o effetti speciali ridondanti. Qui la tecnologia rimane invisibile, lasciando tutto lo spazio a un'indagine psicologica profonda e sottile.

Al centro della narrazione c'è il rapporto tra la pragmatica ricercatrice Alma e l'androide Tom, costruito su misura per renderla felice. La forza del film risiede proprio nel dialogo e nell'evoluzione interiore dei protagonisti, esplorando con intelligenza cosa significhi realmente desiderare, amare e confrontarsi con l'alterità. 


È un’opera filosofica travestita da commedia sentimentale, capace di emozionare senza ricorrere a facili sentimentalismi, puntando tutto sulla straordinaria chimica dei suoi interpreti e su una sceneggiatura che scava con precisione chirurgica nelle complessità dell'animo umano.

Prove generali di dittatura: Trump, ICE e la lunga storia della violenza americana

La violenza tollerata – anzi, apertamente incoraggiata – dell'ICE non è una deriva casuale né un eccesso di zelo burocratico, ma parte integrante della strategia criminale di Donald Trump. L’obiettivo non è la sicurezza, bensì la costruzione deliberata di uno stato d’eccezione permanente: sospendere di fatto le regole, normalizzare l’abuso, abituare l’opinione pubblica all’idea che i diritti possano essere revocati per decreto. In questo quadro, le elezioni di metà mandato rappresentano un ostacolo da rimuovere o svuotare di significato, delegittimandole preventivamente o cancellandole nel caos. Non siamo di fronte a un autoritarismo “strisciante”, ma a un progetto politico coerente che mira alla concentrazione totale del potere e, infine, all’instaurazione di una vera e propria dittatura.

Chi pensa che tutto questo sia impensabile negli Stati Uniti coltiva un’illusione tanto ingenua quanto pericolosa. La storia americana non è affatto estranea a ondate di violenza istituzionale, repressione e sospensione dei diritti civili. Dalle famigerate Palmer Raids del primo dopoguerra, con arresti di massa e deportazioni di presunti sovversivi, all’internamento dei cittadini nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale; dalla segregazione razziale legalizzata e difesa con la forza, fino al maccartismo e alla caccia alle streghe anticomunista. Più tardi, i programmi come COINTELPRO hanno mostrato quanto lo Stato fosse disposto a spingersi oltre la legalità pur di neutralizzare opposizioni politiche e movimenti per i diritti civili. Da ultimo, dopo l’11 settembre, il Patriot Act ha ulteriormente normalizzato l’idea che la sicurezza possa giustificare sorveglianza di massa, detenzioni arbitrarie e sospensione delle garanzie costituzionali.

Trump non inventa nulla, purtroppo: radicalizza, esaspera e rende esplicito un repertorio già esistente. ICE diventa così uno strumento politico, un laboratorio di brutalità legittimata, utile a testare fin dove ci si può spingere senza incontrare una reazione decisiva. La violenza sui migranti non è un fine in sé, ma un messaggio: se questi diritti possono essere cancellati oggi per qualcuno, potranno esserlo domani per chiunque. 

Minimizzare, relativizzare o liquidare tutto questo come semplice propaganda elettorale significa non aver imparato nulla dalla storia. È sempre così che una democrazia comincia a morire: non con un colpo di Stato improvviso, ma con l’assuefazione all’abuso, all’ingiustizia e alla violenza resa “normale”.

I giorni del cielo, il capolavoro di Terrence Malick

Terrence Malick realizza con I giorni del cielo  un’opera di una bellezza quasi insostenibile, un miracolo cinematografico che trascende la...