I fatti di Minneapolis sembrano usciti direttamente da uno degli incubi politici più lucidi del fumetto americano: il ciclo “Mad Bomb” creato da Jack Kirby nel 1976 per Captain America. In quella storia, un’arma invisibile diffonde paranoia e violenza di massa, trasformando cittadini comuni in una folla isterica e incontrollabile, mentre il potere osserva — e sfrutta — il collasso sociale. Non è solo fantascienza: è una metafora brutale di come il caos possa essere deliberatamente innescato per giustificare svolte autoritarie.
Da settimane, anzi da anni, il “presidente pazzo” Donald Trump sembra fare una sola cosa con impressionante coerenza: soffiare sul fuoco. Ogni crisi viene amplificata, ogni tensione trasformata in prova di un complotto, ogni episodio di violenza piegato a una narrazione di guerra civile imminente. Non solo negli Stati Uniti, ma anche all’estero, dove le sue parole e le sue mosse continuano a destabilizzare equilibri già fragili.
A questo punto una domanda non è più paranoica, ma doverosa: e se il caos fosse lo scopo, non un effetto collaterale?
In una democrazia normale, il disordine è un problema da ridurre. In una democrazia che qualcuno vuole svuotare dall’interno, il disordine diventa invece uno strumento politico. Più le strade sono in fiamme, più le istituzioni appaiono impotenti, più diventa facile invocare “misure straordinarie”. E sappiamo bene come queste storie finiscono: coprifuoco, esercito nelle città, sospensione delle garanzie costituzionali, e infine la parola magica che cancella tutto il resto: legge marziale.
Trump lavora da tempo su questo immaginario. Dipinge gli Stati Uniti come un paese “invaso”, “fuori controllo”, “sull’orlo dell’anarchia”. Non importa che i dati lo smentiscano: ciò che conta è creare una percezione di emergenza permanente. Perché in uno stato di emergenza, le persone accettano cose che in tempi normali rifiuterebbero con orrore. È esattamente la dinamica raccontata da Kirby: prima si semina il panico, poi ci si offre come unica possibile salvezza.
Un esempio clamoroso di come questo caos venga prodotto dall’alto è l’azione della famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane. Sotto l’amministrazione Trump, l’ICE è stata al centro di numerosi contesti di uso eccessivo della forza e abusi sistematici, fino agli omicidi commessi a Minneapolis da parte di agenti o affiliati ICE durante operazioni di polizia di frontiera, che hanno scatenato proteste nazionali (e non solo) e richieste di abolizione dell’agenzia stessa.
Non si tratta di incidenti isolati. Rapporti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani hanno documentato condizioni disumane nei centri di detenzione, deaths in custody, negligenza medica, separazioni familiari traumatiche e violazioni dei diritti fondamentali. Persone detenute senza aver commesso reati penali, cittadini americani arrestati come immigrati clandestini: storie che non solo alimentano l’idea di un’America senza legge, ma che servono attivamente a giustificare sempre nuovi poteri straordinari.
Il passo successivo è quasi scritto: se il paese è nel caos, come si possono tenere elezioni sicure? Se le città sono ingovernabili, come si può permettere al “nemico interno” di votare? Così il voto, cuore della democrazia, diventa improvvisamente un lusso rinviabile.
Sembra uno scenario estremo? Forse. Ma fino a pochi anni fa sembrava estremo anche l’assalto al Congresso, o un presidente che rifiuta di riconoscere una sconfitta elettorale. Trump ha già dimostrato di non riconoscere alcun limite, se non quello della propria convenienza.
Per questo il sospetto non è solo legittimo, ma necessario: Trump non sta reagendo al caos. Lo sta coltivando. E quando strumenti come l’ICE — ufficialmente pensati per applicare la legge — finiscono per produrre paura, abuso e instabilità, allora lo scenario di Kirby smette di sembrare una distopia a fumetti e appare per ciò che è sempre stato: un avvertimento.